Dai centri commerciali di lusso di Johannesburg ai negozi economici del Senegal, i consumatori africani hanno sempre più accesso ai beni e agli standard di vita che sono da tempo appannaggio del mondo sviluppato. Una classe media in rapida crescita e una gamma in esplosione di scelte di stili di vita potranno solo far aumentare la richiesta per nuovi prodotti.

Però, con l’Africa che affronta un futuro incerto dal punto di vista ambientale – il continente rimane più vulnerabile di qualsiasi altro alla crescita del riscaldamento globale –, i critici cominciano a chiedersi se l’improvvisa espansione dell’industria e dei consumi non porterà il caos nei fragili ecosistemi dell’Africa. Fanno notare che la transizione a un’economia moderna provocherà probabilmente notevoli disagi, da un ingente aumento dei rifiuti all’impatto ambientale delle nuove fabbriche, dei trasporti e dei sistemi energetici.

Un antidoto possibile è passare dall’attuale economia lineare – estraendo materiali dalla terra, trasformandoli in prodotti e poi gettandoli in discariche – a un’economia circolare, che riutilizza e ricicla beni in altri prodotti piuttosto che buttarli via. Una ricerca condotta da McKinsey Global Institute suggerisce che nella sola Europa un’economia circolare potrebbe generare un guadagno economico netto di 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, rispecchiando un declino del 75% dei costi associati al trasporto e una riduzione del 50% di costi di costruzione.

I costi della transizione però sono enormi. Il governo britannico stima che creare un sistema di riutilizzo e riciclo completamente funzionante costerebbe circa 14 miliardi di euro. Il prezzo per farlo in tutta Europa potrebbe superare i 100 miliardi. Dal 2000 al 2013 la transizione alle fonti rinnovabili in Germania è costatat 123 miliardi in incentivi. In Africa, i costi aggiuntivi di ricerca e sviluppo, investimenti di capitale, sussidi e spese in infrastrutture digitali sarebbero probabilmente oltre i mezzi di molti paesi che iniziano appena a ingranare nell’economia globale.

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Alcune sperimentazioni con l’economia circolare vanno comunque avanti. Un progetto di alto profilo, il Recycling and Development Initiative of South Africa (Redisa), ha evidenziato chiaramente le sfide e le difficoltà del concetto. Redisa è stata fondata nel 2012 per cercare di risolvere il problema crescente degli pneumatici usati nel paese – circa 11 milioni ogni anno vengono aggiunti a pile e discariche antiestetiche. Molti sono usati per fornire calore a poco prezzo ma in modo anti-ecologico nei sobborghi colpiti dalla povertà, altri vengono sciolti per il loro acciaio di scarto, lasciando quasi tutto il pneumatico come rifiuto. Sulla base del progetto sono stati creati impianti di lavorazione e nei primi 18 mesi la quantità di pneumatici usati raccolti ha registrato incrementi fino al 70%. Redisa intendeva trattare la maggior parte in un processo di recupero di alto valore entro il 2030 e sosteneva che fino a dieci posti di lavoro a tempo pieno sarebbero stati creati per ogni mille tonnellate di pneumatici raccolti.

L’organizzazione fu acclamata da molti come il primo esempio in Africa di un concetto d’economia circolare in azione. Ma risultò essere gestito molto male. A fine dello scorso settembre a Redisa e la sua società di gestione privata, Kusaga Taka Consulting, fu imposta la liquidazione finale dall’Alta Corte di Western Cape dopo che i direttori erano stati giudicati colpevoli di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Il capitale di Redisa verrà trasferita all’Ufficio di Gestione Rifiuti del paese, ma il futuro delle sue operazioni è adesso in dubbio.

L’enorme ambizione e il fallimento scioccante del progetto forniscono una lezione sulle opportunità e sui pericoli davanti all’economia circolare dell’Africa: se va male, i paesi potrebbero trovarsi incatenati a iniziative costose e mal gestite, esposte a corruzione e opportunismo. Eppure, se i governi riescono a pianificare con lungimiranza e a concentrare le risorse in iniziative sostenibili ed efficienti, l’economia circolare potrebbe rappresentare una risposta incoraggiante alle immense sfide ambientali e di sviluppo del continente.