Può capitare che la matematica esca dalle pagine grige dei libri per essere essere insegnata impastando pasticcini: le proporzioni degli ingredienti per passare da 40 a 70 pasticcini servono per comprendere le equivalenze e, alla fine, il risultato viene consumato allegramente insieme. Oppure che la geometria sia fatta non sui libri ma con il corpo: i concetti di angolo retto, di perimetro o di aree possono essere trasmessi con la corsa in palestra, mentre la forma sferica si capisce meglio se il bambino fa il saltimbanco camminando in equilibrio sopra una palla. E la geometria piana passa attraverso la realizzazione di aiuole dalla forme più diverse. Non parliamo della scienza che, se applicata in un orto nel cortile della scuola, non viene più dimenticata.

Veniamo all’italiano: una poesia può essere costruita andando a scovare singole parole all’interno di pagine di libri avviato al macero, che vengono poi ricollegate dai singoli bambini attraverso la tecnica del “caviardage” che cancella tutto quello che è inutile. In realtà era una pratica di censura della polizia zarista a Mosca, che cancellava manualmente i concetti che non dovevano essere letti. A scuola invece viene usata al contrario per far emergere le “pepite” nascoste dentro le parole. Nella pagina rimangono solo poche parole evidenziate in mezzo a righe tutte cancellate, dalla cui connessione nasce un concetto profondo: “Senza rumore i libri puntano all’anima”.

Sono metodi che vengono applicati da tempo in alcune scuole italiane, dove l’innovazione lascia in un angolo i libri tradizionali e si concretizza nell’imparare facendo: così è possibile in realtà di frontiera, come quella di Scampia a Napoli o nella periferia urbana milanese, dare vita a una scuola in grado di includere e di coinvolgere bambini che sarebbero ad alto rischio di abbandono o di esclusione. “Puntiamo a rendere la scuola interessante con una manualità didattica attiva che colleghi la scuola con il vissuto dei bambini”, spiega Enrico Amiotti, vicepresidente della Fondazione Enrica Amiotti che ha avviato l’anno scorso il progetto “Didattica del fare”, nato dall’incontro con una serie di buone pratiche scolastiche mirate all’inclusione e alla valorizzazione delle diversità attraverso percorsi didattici originali e innovativi.

Il progetto è sfociato nell’avventura di Rinascimente, movimento che mira a connettere e fornire un ambito di condivisione di questi modelli di eccellenza, mettendo a fuoco criticità e punti di forza nella realizzazione delle singole pratiche e individuando linee guida per la loro riproducibilità. “Siamo partiti dall’ascolto e dall’osservazione di realtà che già esistevano e abbiamo capito che alla base dell’innovazione ci deve essere l’abbandono della logica frontale da parte del docente, puntando sulla laboratorietà e sul fare non come attività di contorno ma come modalità per rendere il bambino protagonista, in grado di mettere a frutto le sue competenze e di apprendere nell’interazione con il gruppo, con il docente e con i compagni”, prosegue Amiotti, reduce da un convegno che ha fatto il punto della prima parte del progetto indicando le prossime tappe. Alle prime quattro scuole sostenute finora, se ne sono aggiunte altre sei, anche queste in realtà diverse, mentre il sito online si è arricchito di una piattaforma tv per condividere al meglio l’innovazione individuata nella pratica.

Alla base della didattica del fare ci sono bambini non considerati solo come contenitori di nozioni, ma come persone in grado di essere protagoniste del processo di apprendimento: “Devono imparare a imparare, a disimparare e a reimparare, in un processo che dura per la vita intera”, ricorda Enrico Amiotti. Non a caso lo slogan di Rinascimente è “La vita è una scuola meravigliosa”. Fulcro della cultura laboratoriale è la ricerca e la progettualità, che coinvolge i bambini nel pensare, realizzare, valutare attività vissute in modo condiviso e partecipato con altri. Una delle lezioni specifiche di Rinascimente tv è dedicata proprio al project management applicato alla scuola.

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Proprio una delle criticità emergenti dal progetto è la scarsa diffusione nella scuola della cultura progettuale, come prassi da parte dei docenti a lavorare per progetti. Molto più semplice agire su moduli disciplinari tradizionali, mentre la didattica attiva incentrata sul bambino non può prescindere da progetti multidisciplinari finalizzati a competenze trasversali. Esperienze che si vanno realizzando soprattutto nella scuola primaria, dove i docenti hanno più tempo a disposizione per avere un quadro completo dei percorsi personali dei singoli studenti: “Un’opportunità che poi si perde nella secondaria, dove il rapporto con gli studenti diventa più spezzettato – spiega Amiotti -: paradossalmente l’innovazione scolastica viene meno laddove serve di più, nella scuola media,”.

D’altra parte risulta sempre fondamentale il ruolo del docente: senza di lui non si può innescare il processo innovativo, ma è soprattutto in seguito che emerge come cruciale la sua figura di guida attenta e discreta che nella realizzazione sa far emergere competenze inattese e rimescolare i ruoli, come sottolinea anche l’ebook “Didattica del fare. Fare per includere” che racconta e sistematizza le esperienze raccolte finora nell’ambito del progetto.

Oltre alla scarsa propensione alla progettualità, le difficoltà maggiori nella realizzazione della didattica del fare sono la strutturale carenza di risorse delle scuole e il supporto ridotto da parte delle istituzioni. Ma le contropartite del superamento di questi ostacoli sono ben chiari in termini di valorizzazione e coinvolgimento delle intelligenze e delle competenze dei singoli, non solo nella produzione di un risultato concreto ma nella formazione dell’identità e della conoscenza.

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