“Rappresentazioni digitali di un valore che non è emesso da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente connesso a una valuta legale, ma che è accettato da persone fisiche o giuridiche come mezzo di pagamento e che può essere trasferito, conservato o scambiato per via elettronica”: sono queste le valute virtuali, secondo la Commissione europea. La proposta di definizione, nell’ambito dell’iniziativa per portare le criptovalute all’interno della regolamentazione contro il riciclagio di denaro, non è del tutto condivisa dalla Bce che vuole riferimenti più espliciti al fatto che non si tratti di valute legali o di moneta secondo le normative europee.

A questo dibattito si aggiungono il Parlamento europeo, l’Esma, l’Eba e le autorità nazionali. Il tema regolamentare continua infatti a essere una delle preoccupazioni dominanti quando si parla di bitcoin. Di fronte a una forte preoccupazione per i legami possibili con il mondo del terrorismo e delle organizzazioni criminali, le autorità europee stanno dibattendo sulle modalità per rafforzare il quadro regolamentare. A partire dall’estensione anche alle piattaforme per lo scambio di valute virtuali e ai wallet provider degli stessi obblighi a cui è soggetto il mondo bancario.

D’altra parte l’interesse attorno al tema delle valute virtuali rimane sempre elevato. Anche se sembra essersi esaurito l’entusiasmo, spesso scomposto, degli anni scorsi, la comunità degli innovatori prosegue a esplorare le frontiere che si schiudono con le nuove tecnologie. Così il 2016 ha registrato un rallentamento dell’attività del venture capital, rimasta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente: 509,4 milioni di dollari in finanziamenti, con un misero +0,81% per un settore che aveva abituato a tassi di crescita a doppia cifra.

Ma anche se “i pagamenti e la contabilità-finanza rimangono i settori che raccolgono i fondi più cospicui”, l’interesse sta migliorando in termini di selettività: il 2016 ha visto consolidarsi il trend di sviluppo di “un nuovo  business nell’ecosistema della blockchain, costituito da startup che hanno puntato le loro prospettive sull’applicazione di quella tecnologia in mercati e utilizzi diversi da quelli finanziari”, tanto che “molti altri settori stanno emergendo come rilevanti e la frammentazione del mercato è ormai un dato di fatto”, stando a quanto si afferma nel “Blockchain Report” messo a punto dall’Innovation Center di Intesa Sanpaolo per il secondo semestre 2016.

Il dinamismo del settore è confermato dalla crescita di Europa e Asia Pacifico in termini di startup che hanno ottenuto finanziamenti (22 e 16 rispettivamente), che hanno superato un’America in ridimensionamento (34 rispetto a 41 un anno prima). A giocare un ruolo di primo piano nei finanziamenti è la Cina, rafforzata dall’aperto sostegno della Banca centrale e del Governo di Pechino: è lì che si è registrata la costituzione di Huiyin Blockchain Ventures (Hbv), fondo con un dotazione iniziale di 20 milioni di dollari che andrà a finanziare startup del mondo blockchain, con un occhio di riguardo ai progetti infrastrutturali. Gli acquisti cinesi sono anche la causa principale alla base del volo del bitcoin che ha chiuso la settimana sui massimi storici a 1250 euro.

Tra la startup finanziate negli ultimi mesi troviamo così Funderbeam, una piattaforma di analytics che utilizza metriche dei capital market all’industria delle startup, o Billon, attiva nel comparto dei pagamenti a costo zero. Ma accanto c’è Filament, che ha raccolto 16,8 milioni  con un progetto che utilizza blockchain per l’applicazioni di reti di sensori alle infrastrutture esistenti.

Sulla base dell’analisi delle mappa dei “competitor” il report di Intesa Sanpaolo sottolinea come il settore offra ancora la possibilità di affrontare frontiere inesplorate: “Sono ancora disponibili molti settori di nicchia e c’è scarsa competizione tra i nuovi attori e tra questi e gli incumbent, nello stesso settori o in quelli simili”.

Un ambito di potenziale sviluppo è la “notarizzazione”, vale a dire la conservazione dell’impronta digitale di qualsiasi documento: “L’utilizzo di un hash-value, un codice non reversibile, pubblicato sulla blockchain permette di conservare in maniera incontestabile l’impronta digitale dei dati univoci e caratterizzanti di quel documento”, afferma Ferdinando Ametrano, docente di Bitcoin e Blockchain Technology al Politecnico di Milano e a Milano Bicocca. “Solo la blockchain di bitcoin – prosegue – può garantire, in maniera incontestabile, la sicurezza e l’immutabilità dell’impronta digitale, permettendo in futuro di ridefinire il ruolo dei soggetti che oggi garantiscono la validità e la conservazione dei dati all’interno di un network transazionale”.

Proprio in questi giorni Intesa Sanpaolo ha annunciato di aver sviluppato con Deloitte, in partnership con la startup italiana Eternity Wall, un proof of concept per assicurare l’integrità dei dati delle transazioni finanziarie tramite blockchain in modo da garantirne la loro immutabilità nei confronti delle autorità di vigilanza, siano esse europee o americane. Una sperimentazione che apre concretamente la prospettiva di utilizzo nel complesso universo della compliance bancaria.