Il bitcoin ha salutato l’arrivo del nuovo anno superando di slancio la soglia dei mille dollari nella prima seduta del 2017. Era dal 2013 che non arrivava su questi livelli: dopo aver guadagnato il 123% nel 2016, anno in cui è stata la valuta più brillante a livello globale, la criptovaluta si è fermata a ridosso di quota 1.130 lo stesso 4 gennaio assestandosi poi sui livelli attuali poco sopra ai 900 dollari. A guidare il rinnovato interesse è la domanda dalla Cina, incentivata dalla persistente debolezza dello yuan: le riserve in valuta sono calate dell’8% l’anno scorso mentre la moneta cinese è scivolata ai minimi da otto anni a questa parte.

Solo nella prima seduta dell’anno sono stati eseguiti ordini di acquisto in yuan per oltre cinque milioni di bitcoin, per un controvalore di 3,8 miliardi di dollari, contro appena 53mila unità acquistate in dollari. Un dato che conferma un trend che ha portato ormai la valuta cinese a dominare – praticamente a monopolizzare – gli scambi in bitcoin (si veda grafico, ndr)

Bitcoin

 

In ogni caso, cinesi o non cinesi, è indubbio il crescente interesse del mondo finanziario per le potenziali applicazioni della criptovaluta e della blockchain, la tecnologia che ne è alla base garantendo un registro pubblico distribuito che certifica tutti i passaggi dei mattoncini digitali che compongono le transazioni in bitcoin. Se il consorzio R3 registra qualche rinuncia da parte dei big di Wall Street, proliferano gli studi che cercano di fare i conti sui potenziali benefici dell’applicazione generalizzata della blockchain. Un report di Santander sul Fintech 2.0 arriva a prevedere che la “distributed ledger technology”, termine con il quale si usa ora indicare la blockchain, potrebbe valere tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno in termini di risparmi infrastrutturali per i pagamenti crossborder, il trading in titoli e la compliance regolamentare.

Accenture, insieme alla società di analisi McLagan, stima che le otto maggiori banche d’investimento mondiali potrebbero arrivare a risparmiare tra 8 e 12 miliardi di dollari annui e a tagliare di un terzo l’anno i costi operativi. Lo studio indica i settori che potrebbero beneficiarne di più: i risparmi sono infatti stimati tra il 30 e il 50% per i costi della compliance, al 50% per l’operatività (soprattutto in termini di clearing, settlement e trading) e per le operazioni centralizzate, arrivando al 70% per il “reporting”, grazie alla ottimizzazione della qualità dei dati, della trasparenza e dei controlli interni.

Il mercato complessivo legato alla blockchain potrebbe intanto lievitare dai circa 500 milioni di dollari attuali a quasi 8 miliardi (7,74 miliardi per l’esattezza) nei prossimi otto anni, trainato in particolare dagli investimenti dell’industria, dall’interesse nelle applicazioni e dal crescente interesse dei consumatori per le valute digitali. Questa è la stima di Grand View Research, società specializzata in ambito finanziario, che sottolinea come la tecnologia alla base del bitcoin avrà effetti dirompenti non solo sull’attività del settore finanziario, ma porterà benefici anche per una serie di altri settori, dall’hi-tech alle telecom, garantendo “anonimità, apertura ed efficienza che provocano un effetto leva delle potenzialità dell’era di internet”. Per il momento il mercato della blockchain è dominato dal Nord America, che vale più del 40% del valore globale grazie alla capacità di scommettere subito sulla nuova tecnologia, ma in futuro si attende una forte crescita dell’area dell’Asia-Pacifico, dove per il comparto finanziario nel suo complesso si prevede una crescita del 37,6% medio annuo nei prossimi anni.

Le criptovalute continuano quindi ad attrarre grande interesse e quello appena iniziato potrebbe rivelarsi un vero anno di svolta. Tra le iniziative solo dell’ultima settimana, Deloitte ha annunciato un nuovo laboratorio sulla blockchain a Dublino, mentre un consorzio di sette banche, tra cui Deutsche Bank, Hsbc e SocGen, ha lanciato un progetto congiunto per lo sviluppo di una app di trading internazionale basata su blockchain. Intanto la clearing house di Wall Street, Dtcc, ha avviato un progetto per portare la tecnologia della “catena di blocchi” nel clearing e la London Stock Exchange sta sperimentando una piattaforma per il post-trading. Tra qualche scetticismo anche l’Australian Stock Exchange sta mettendo a punto da tempo un sistema di post-trade basato su un registro distribuito, i cui dettagli sono attesi a breve.

Lo scetticismo nasce dal continuo ritardo delle applicazioni della blockchain: R3 sembra incontrare più difficoltà del previsto e anche i continui rinvii del progetto della Borsa australiana sembrano confermare che non siano proprio del tutto ingiustificati i dubbi di chi sostiene che non può esistere una blockchain senza bitcoin. In questi casi si tratta infatti di sistemi distribuiti, ma non decentrati come effettivamente è il bitcoin, che è un asset digitale trasferibile – ma non duplicabile – sulla base del consenso certificato attraverso i nodi della rete (e non di una controparte centrale). Quest’anno le blockchain private sono chiamate a fornire qualche certezza: dal progetto Hyperledger della Linux Foundation al Corda del consorzio R3 che riunisce le maggiori banche internazionali (anche se qualcuna si è già tirata indietro), si tratta di capire se gli ingenti investimenti si tradurranno in sistemi trasparenti e sicuro di certificazione da applicare ai contratti o al post-trading azionario.

Per i “puristi” ormai parlare di blockchain senza bitcoin è solo una chimera. Se il sistema non può essere replicato negli stessi termini e con le stesse garanzie di decentralizzazione, il bitcoin può assumere il ruolo di asset di garanzia per sistemi monetari, una sorta di “oro digitale”: “Per la prima volta abbiamo un asset digitale scarso che può essere trasmesso ma non duplicato: questo è il vero fattore rivoluzionario apportato da Satoshi Nakamoto – sostiene Ferdinando Ametrano, docente di Bitcoin e blockchain al Politecnico di Milano ed all’università Milano Bicocca, già responsabile per le valute virtuali di Intesa Sanpaolo -. Bitcoin può rivelarsi davvero come oro digitale, con la stessa rilevanza che l’oro fisico ha avuto nella storia umana e nello sviluppo del commercio, del denaro e della finanza”.

Il che non contrasta con il fatto che il bitcoin possa essere utilizzato anche come moneta per il consumo o come asset class per la diversificazione degli investimenti da parte dei fondi.