La lenta evoluzione delle interfacce in ambito industriale ha generato un paradosso, il «paradosso della produttività»: interfacce più evolute e performanti sono diffuse maggiormente nei settori meno legati al lavoro e alla produzione.

Le interfacce di smartphone, tablet e videogame hanno raggiunto ormai una piena maturità, e benché non prive di difetti, assicurano un’esperienza d’uso complessivamente elevata. Al confronto, lo sviluppo delle interfacce per l’automazione industriale è stato, con poche eccezioni, molto più modesto. Fra i motivi di questo ritardo, quello di una progettazione del software e dell’hardware attenta solo alla dimensione tecnologica e non a quella umana: quella, cioè, di chi dovrà usare le macchine.
La spinta dell’Industria 4.0, la maggiore competitività nel settore e gli elevati standard tecnologici raggiunti, spingono ora anche l’industria a porre attenzione al design dell’interfaccia. Le motivazioni non mancano. Una maggiore usabilità del pannello di controllo delle macchine riduce notevolmente i tempi di apprendimento iniziale, che possono arrivare anche a molti mesi; rende più agile l’attività anche all’operatore esperto, che spesso deve seguire più macchine; diminuisce il rischio di errori.
L’usabilità, tuttavia, è solo il primo passo. Progettare interfacce per l’industria 4.0 significa andare oltre e abbracciare una logica sistemica. Il design dell’interfaccia di una macchina industriale non coincide con il design del pannello di controllo della macchina stessa. Questo è la tessera di un mosaico più ampio. È necessario perciò progettare il servizio o, ancora meglio, l’esperienza di lavoro complessiva che ruota attorno alla macchina.

Esperienza che è oggi sempre più distribuita: fra diversi attori aziendali (l’operatore, il tecnico, il responsabile di produzione ecc.), molteplici dispositivi (pannello per l’uso a bordo macchina; tablet per il controllo da remoto; big screen per la control room), altre macchine con cui quella in oggetto deve interagire. Il design deve evolvere da design di un oggetto discreto a orchestrazione di un sistema complesso di elementi. E questo non può essere risolto semplicemente con interfacce responsive che si adattano ai diversi dispositivi: sarebbe riduttivo. Perché la diversità di dispositivo o di ruolo coincide con una diversità di obiettivi: persone diverse, su dispositivi diversi, vedono e fanno cose diverse.

L’operatore, per esempio, lavora davanti al pannello di controllo quando deve effettuare operazioni di routine; ma in caso di manutenzione o di azioni particolari ha necessità di spostarsi in un punto della macchina lontano dal pannello: in queste situazioni è più comodo utilizzare un tablet; per un tecnico che fa assistenza su più macchine e che ha bisogno di avere sotto controllo solo le segnalazioni degli allarmi, oltre a un dispositivo mobile, può essere utile un schermo a parete ben visibile da ogni punto della sala; per un responsabile di produzione sono importanti le statistiche d’uso della macchina che può controllare da un computer remoto.
L’approccio sistemico garantisce anche un linguaggio comune fra tutte le macchine della stessa azienda, generando coerenza d’interfaccia e d’interazione. Anche questo è un valore importante, non solo in termini di riconoscibilità di brand: un cliente che acquista una macchina per il packaging potrebbe già avere macchine per il processing della stessa azienda, o potrebbe acquistarle in futuro; avere interfacce coerenti riduce il tempo di apprendimento e aumenta il vantaggio di adottare macchine dello stesso marchio.

Si tratta di temi già emersi nel mercato consumer, ai quali ci si riferisce in genere con l’etichetta di omnicanalità. La proliferazione di canali e dispositivi rende oggi qualunque prodotto parte di un ecosistema. Pensiamo alla combinazione app + app store + dispositivo. O all’uso anche simultaneo di più canali per un acquisto: ricerca di informazioni su web; visione/prova nel negozio fisico; altro approfondimento sul web. Gli studi dicono che l’incoerenza fra questi canali è uno dei principali fattori di abbandono da parte dei clienti. Ma non si tratta tanto di una coerenza grafica, quanto di una coerenza dal punto di vista dell’architettura dell’informazione, del modello di navigazione e interazione.

Lo user experience design offre strumenti per affrontare questi problemi. Oggi si parla di progettare non solo per le persone ma con le persone: un concetto di design partecipativo che prevede di inglobare le persone stesse nel processo di progettazione; non solo i destinatari ma tutti gli attori a vario titolo coinvolti nel progetto. Il design non è più calato dall’alto, i designer assumono il ruolo di facilitatori.