Il dominio (o nome a dominio, per essere più precisi) è stato sempre un asset difficilmente valutabile e interpretabile per gli imprenditori, in parte per il ritardo con cui la trasformazione digitale dei mercati è stata compresa, dall’altra per la difficoltà nel valutarne il valore futuro sia in relazione all’evoluzione dell’azienda e del suo brand, sia alla funzione futura stessa del dominio nell’arena digitale.

Nella breve storia del web abbiamo visto aziende scontrarsi in lunghe liti legali – e ovviamente con pochi precedenti in giurisprudenza – per un dominio. Il più famoso è il caso del timbrificio Armani contrapposto al più famoso stilista, giudizio conclusosi a favore dell’ultimo. Ha fatto scalpore anche il caso Cocacolla.it, in cui la multinazionale delle bibite si è “ripresa” un dominio solamente assonante tramite una diffida verso il blog di design – che in seguito cambiò nome in Collater.al – salvo poi lasciarlo scadere qualche anno dopo. Ora il dominio è stato “squattato” da uno spam-blog con link a video porno.

Ma anche dimenticanze nel rinnovo – il dominio non è infatti una “proprietà” ma un “uso” che viene concesso dai singoli register nazionali e internazionali, e deve essere rinnovato regolarmente – rimangono nella storia del web (Microsoft dimenticò di rinnovare Passport.com e hotmail.co.uk, per esempio. Foursquare nel 2010 riuscì a recuperare il .com, evitando probabilmente la fine della società o comunque gravi danni, per questione di ore).

Ai primordi del digitale, era Google ad aumentare il valore del dominio. Infatti nomi come “materassi.it”, “vino.it”, e così via, da soli erano in grado di dare un aiuto al posizionamento nel motore di ricerca. Ora, potete verificarlo cercando “vino” o “materasso” dal vostro smartphone, questo vantaggio è irrilevante. Quindi chi ha investito denaro nel dominio “didascalico” in sé, ricomprandolo da altri, probabilmente non ha fatto, nel lungo termine, un buon affare.

Chi ha visto giusto è chi è riuscito a registrare il proprio .it accordandolo coerentemente alla ragione sociale, in tempo per non dover inserire – per esempio – SRL o altro alla fine: qui vale il first-come, first-served. E nel mercato dei domini, la semplicità aumenta il valore, più è corto e senza caratteri strani, più è comprensibile e facile da condividere.

Il valore del dominio come asset immateriale non sembra essere stato inficiato dal fatto che – nel corso del tempo – le estensioni attivabili sono diventate centinaia, sia per nuovi domini globali (bizzarri come .guru, o locali come .paris), che per la globalizzazione del mercato dei domini nazionali (non tutti sanno che i molto utilizzati .me niente altro sono che i domini del Montenegro). Nel 2016, dominato da app, messaging e social media, il dominio sembra piacere ad aziende e startup, in quanto nel passaparola inevitabilmente finisce per diventare parte integrante del brand aziendale. La scelta del naming parte infatti sempre dalla domanda: «Ma il dominio è libero?».