La domanda di infrastrutture digitali crescerà di pari passo con la diffusione dei robot. Una relazione da non trascurare, considerato il ritmo con cui gli automi – industriali, di servizio, collaborativi – stanno crescendo nel mondo: secondo le previsioni dell’International federation of robotics, tra il 2016 e il 2018 le installazioni di robot nel mondo cresceranno del 15% all’anno.

I robot hanno sete di digitale «per natura», spiega Giorgio Metta, vicedirettore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), l’ente di ricerca dove è nato uno degli umanoidi più famosi e avanzati al mondo: iCube. «Per far girare gli algoritmi di apprendimento automatico – ricorda Metta – c’è bisogno di database molto grandi e capacità di calcolo elevata. Essendo impensabile pensare di installare un server in ogni casa, è chiaro che in futuro queste funzionalità dovranno girare in cloud». Serviranno infrastrutture digitali stabili, capienti e sicure.

«Per quanto possiamo pensare di ottimizzarli, gli algoritmi di apprendimento che stiamo sviluppando non saranno mai eseguibili dalla capacità di calcolo di un singolo robot – continua Metta -. Oggi iCube ha un collegamento wi-fi e un cavo che lo connette fisicamente al “mondo esterno”, un gruppo di computer che eseguono operazioni di calcolo, riconoscimento di immagini e analisi di grandi basi di dati».

Il bisogno di un ambiente ad alta digitalizzazione non sarà guidato però solo da esigenze di elaborazione delle informazioni. Sarà connesso anche all’evuoluzione che i ricercatori immagiano per la specie robotica. Non solo nella sua declinazione industriale. Il robot sarà il prossimo «new media» a entrare nelle nostre case. Sostituirà la tv. Assisterà e intratterrà gli anziani. «Sarà un hub che ci connetterà a tutto il digitale che già esiste», spiega Metta, che racconta che a Genova un gruppo di lavoro nato con la missione di trasferire la tecnologia dai laboratori al mercato stia lavorando a una versione di iCube a basso costo, pensato per essere prodotto in serie e commercializzato (per favorire il trasferimento tecnologico l’Iit ha dato vita a 12 startup).

L’iCube in versione consumer è fatto di plastica e non ha meno intelligenza artificiale del robot nato per vivere in un laboratorio di ricerca. Per ora è un progetto industriale, ma la visione che alimenta il suo sviluppo è chiara e affascinante. Metta la riassume così: «Immaginate uno smartphone con le mani. Uno dispositivo che non ci offre solo contenuti. Ma che può fare qualcosa di più. Può fare qualcosa per noi».