Certo, c’è chi conosce alla perfezione la potenza di internet, come la Lago di Villa del Conte (Padova), cresciuta in un decennio da 3 a 30 milioni di fatturato proprio intorno al web e al marketing digitale, la prima azienda del mobile-arredo ad avere creato un blog e a potere contare su una community di appassionati e fedelissimi. Qualcun altro, per esempio Berto salotti di Meda (Monza-Brianza), ha saputo sfruttare le tecnologie digitali per internazionalizzare il brand e conquistare i mercati dei cinque continenti. Per non parlare delle «punte di diamante», come la Arper di Monastier (Treviso), che ha installato una serie di robot fianco a fianco con i lavoratori in carne e ossa, o la Tecno di Mariano Comense, cuore della Brianza, che si è lanciata sull’Internet of things e più precisamente sull’ufficio «intelligente». E poi c’è il caso dei casi, la Friulintagli di Villanova di Prata (Pordenone), che ha portato l’hi-tech dritta dritta nelle linee di produzione, cavalcandone tutte le opportunità per crescere e diventare quello che è diventata: il più grande produttore europeo di componenti per arredo. Del resto, non si entra nell’élite dei fornitori Ikea per grazia ricevuta: il colosso svedese richiede quantitativi, affidabilità nei tempi di consegna, standard qualitativi che solamente l’automazione spinta al massimo livello è in grado di garantire.

Insomma, le eccellenze o, se si preferisce, i modelli cui guardare, non mancano. Eppure, nel mobile-arredo italiano, uno dei settori simbolo del made in Italy, 41 miliardi di fatturato complessivo, la rivoluzione digitale sta appena muovendo i primi passi. Cresce la consapevolezza dell’importanza del «Fattore T – Tecnologia» come strumento indispensabile, forse unico, per recuperare il terreno perduto con la Grande Crisi: otto anni, dal 2008 al 2015, che hanno lasciato sul campo il 25% delle imprese del comparto e quasi il 30% degli addetti. Lo stesso Emanuele Orsini, neopresidente di Federlegno-arredo, non si limita a chiedere al governo di rendere strutturale il bonus mobili, ma va al cuore del problema: «Manager, formazione e 4.0: abbiamo assolutamente bisogno di tecnologia e nuove competenze». Peccato che il passaggio dalla teoria alla strategia rimanga estremamente difficile. La stragrande maggioranza delle aziende, tanto più tra le piccole e piccolissime, è ancora alla finestra a guardare. E fa fatica a inserire concretamente il valore aggiunto del digitale nei progetti di innovazione di processo e di prodotto.

La conferma arriva dall’indagine «Digitale e web nel settore arredamento» condotta dalla società specializzata Pragma per conto di «Registro .it». Il campione era particolarmente concentrato sulle piccole o addirittura microimprese. Bene, il 74% ha almeno un dominio internet, al quale il 64% degli interpellati attribuisce molta o moltissima importanza: per contro, il 26% il sito non ce l’ha e continua a pensare di poterne farne a meno. Il 35% fa marketing e comunicazione online, ma il 65% non utilizza i social network. Quanto al commercio elettronico, si è spinta su questo canale un’impresa su dieci. Siamo all’abc della digitalizzazione aziendale, lontani dal terreno di Industria 4.0, e già i dati mostrano quanto sia lunga la strada da percorrere. E quel che è peggio è che solo il 15% degli intervistati prevede in tempi brevi un aumento degli investimenti nell’area digitale. «Alla fine» commenta Monica Nardis, curatrice della ricerca «la maggioranza delle imprese considera il proprio livello di digitalizzazione “abbastanza avanzato”. Invece si scopre che il sito internet il più delle volte è una semplice vetrina, che il canale web viene utilizzato soprattutto per la posta elettronica, che la famosa quarta rivoluzione industriale è lontanissima. Chiaro che occorre fare un grande lavoro culturale».

La rotta, comunque, è segnata. Non a caso gli artigiani della Cna organizzano dal 4 al 9 aprile, a latere del Salone internazionale del mobile, la Milano design week, con una serie di eventi e di incontri interamente dedicati alla manifattura 4.0. Piaccia o no, indietro non si torna. «Le vecchie falegnamerie con la sega e la pialla sono un ricordo lontano» assicura Martino Negri, ricercatore di tecnologia del legno dell’Ivalsa-Cnr (Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree). «La digitalizzazione è entrata prepotentemente nel campo dei serramenti, se non altro sulla scia delle certificazioni di qualità, di sicurezza e di risparmio energetico, che impongono precisioni millimetriche. Adesso l’information technology sta invadendo anche il mobile-arredo in senso stretto, e comincia ad approdare pure nelle piccole imprese. Del resto, non dimentichiamo che l’Italia è, insieme con la Germania, leader mondiale nelle macchine per la lavorazione del legno. E oggi questi macchinari, inevitabilmente, sono sempre più automatizzati e informatizzati».

È il trionfo di quel Nuovo Rinascimento tanto caro a Stefano Micelli, professore di Economia e gestione delle imprese all’università di Venezia. «Il mobile-arredo» spiega «è forse il settore che più di qualunque altro può trarre vantaggio dal mix di artigianalità e automazione, tradizione e hi-tech. I benefici sono evidenti: riduzione dei costi, possibilità di produzioni su misura, velocizzazione dei tempi di lavorazione. Sono vantaggi competitivi fondamentali, in un quadro di concorrenza planetaria». Tradotto, la digitalizzazione, applicata ai processi produttivi, ai sistemi di vendita e perché no, ai prodotti stessi (si pensi alle cucine, ai mobili per ufficio e in generale all’universo della domotica), è la benzina che può spingere l’intero mobile-arredo alla risalita, specie sui mercati internazionali. «Ma attenzione» chiosa Micelli «la sfida deve essere ancora più ambiziosa: sposare l’alta tecnologia con il design, trasformare sensori e microchip in componenti della Grande Bellezza». La quadratura del cerchio del made in Italy.