Abbiamo riempito gli oceani di plastica. Non  è un’esagerazione retorica. Un recente studio condotto da Christopher Pham, dottorando all’Università delle Azzorre, ha analizzato riprese sottomarine realizzate  in 32 siti diversi intorno all’Europa, incluse zone remote come la zona di frattura Charlie-Gibbs, tra le Azzorre e l’Islanda a più di 700 metri di profondità, e ha scoperto che in tutte, nessuna esclusa, erano visibili detriti plastici in abbondanza.

È noto che nell’Oceano Pacifico il gioco delle correnti ha formato da anni una Grande Isola di Plastica, una chiazza permanente di detriti sulla sua superficie. Ma minuscoli frammenti galleggiano ovunque negli oceani, tanto che i biologi parlano ormai della presenza di una “plastisfera” nell’ambiente marino. Si tratta di un vero e proprio nuovo  ecosistema, nel quale prosperano microrganismi diversi da quelli nativi, con conseguenze ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la plastica entra in quantità negli stomaci di pesci e uccelli marini, dove viene assimilata, introducendo tossine nella catena alimentare, o, peggio, ristagna impedendo all’animale di assimilare il cibo e causandone la morte.

Cosa si può fare  per rimediare? Ovviamente si impongono misure per una forte riduzione della plastica diffusa nell’ambiente. Ma è possibile anche riparare al danno già compiuto? La  risposta potrebbe essere arrivata da una fonte decisamente improbabile: un sedicenne olandese studente di ingegneria, Boyan Slat, che due anni fa, dopo essersi ritrovato circondato da sacchetti di plastica durante un’immersione sottomarina si è posto il problema di come ripulire il mare, e ha proposto una soluzione.

L’idea di Boyan è elegante nella sua semplicità: saranno le correnti marine a fare  gran parte del lavoro. Il progetto prevede di creare grandi barriere galleggianti formate da fogli di plexiglas, estese dalla superficie del mare fino a tre metri di profondità. Le barriere saranno disposte a forma di “V” lungo il percorso delle correnti, in modo da convogliare la plastica verso stazioni galleggianti che la raccoglieranno. Le stazioni conterranno frantumatori e compattatori alimentati a energia solare, per poter meglio immagazzinare la plastica in attesa che venga riciclata.

Utopia? Probabilmente lo sarebbe stata prima dell’era di internet. Ma oggi è più facile ottenere consenso intorno a una buona idea anche senza l’appoggio di grandi organizzazioni. Boyan vinse nel 2012 un premio dell’Università di Delft per il migliore progetto tecnologico, ed ebbe così l’opportunità  di presentare la sua idea nel corso di una conferenza organizzata da TedxTalks, ottenendo un inaspettato interesse a livello mondiale. Oggi, a soli 19 anni, si ritrova alla guida di una fondazione battezzata “The Ocean Cleanup” (“la ripulitura dell’Oceano”), che ha l’obiettivo di raccogliere due milioni di dollari per mettere in pratica il progetto, e ha già raggiunto più di metà della cifra.

La fondazione ha anche convogliato l’aiuto di un centinaio di esperti volontari, che hanno migliorato vari aspetti del progetto originale e condotto sperimentazioni pratiche in mare, portando a termine la prima fase: la pubblicazione di uno studio di fattibilità di 530 pagine. I fondi raccolti serviranno per la fase successiva, che dovrebbe durare 3-4 anni e in cui si prevede di creare impianti pilota di scala crescente. Dopodiché si dovranno reperire i fondi per fare sul serio: lo studio stima in 317 milioni di euro il costo per eliminare dall’Atlantico del Nord circa metà della plastica galleggiante (70.000  tonnellate) in dieci anni.

Non mancano i contrari, che vedono nelle barriere del progetto una minaccia per la vita marina, o che ritengono che il tutto risulterà comunque irrealizzabile di fronte alle difficoltà pratiche. Ma Boyan, oltre a rispondere puntigliosamente ai critici, ha già indiscutibilmente dimostrato una cosa: che è possibile mobilitare migliaia di persone per rendere concreta la realizzazione di quella che solo tre anni fa sembrava pura utopia. Quanti problemi mondiali “irrisolvibili” forse aspettano solo un sedicenne in grado di guardarli con occhi non ancora disillusi?