Sette detenuti su dieci prima o poi tornano in carcere. Lo sanno bene le migliaia di operatori e volontari che vedono quanto valore abbia invece il reinserimento lavorativo: laddove è efficace, fa scendere la recidiva dal 70% al 10%, talvolta meno. A vantaggio delle persone pregiudicate e a vantaggio del sovraffollato sistema carcerario.

Partirà proprio dal reinserimento sociale dei detenuti la prima esperienza italiana di social impact bond (Sib) che segue quella britannica del carcere di Peterborough (2010) e quella americana di Rikers Island.  “Il social impact bond è prima di tutto uno strumento che serve a testare, sperimentare e innovare i modelli di intervento nel welfare, attraverso la compartecipazione al rischio di pubblico e privato” spiega Federico Mento, direttore generale di Human Foundation che ha curato lo studio di fattibilità del progetto (che sarà presentato a Roma il 15 marzo) assieme alla Fondazione Sviluppo e Crescita Crt.

Un intervento di innovazione sociale che, in questo caso, ha come obiettivo “l’autonomia della persona attraverso un’attività individualizzata. Ciascuna biografia è diversa – spiega Mento – Per cui bisogna immaginare dei percorsi che rispondano ai diversi aspetti della persona: il lavoro, le relazioni con la famiglia, il bisogno abitativo. Tutte traiettorie che concorrono al reinserimento sociale”.

Ma come funziona questo modello? In generale, ci sono diversi attori coinvolti che sono l’amministrazione pubblica, i beneficiari, chi eroga il servizio (in genere cooperative), gli investitori sociali, l’intermediario che emette il bond e raccoglie il capitale e un valutatore esterno. In genere gli investitori sociali sono vicini alla venture filantropy, quindi investono con l’aspettativa di un rendimento minimo dell’investimento. Ex ante il modello prevede un target di successo con un massimale di remunerazione e diversi target intermedi. Una volta che il progetto sarà giunto al termine un soggetto valutatore terzo certificherà il raggiungimento degli obiettivi. In base all’esito lo Stato a fronte del risparmio conseguito (si calcola che un detenuto costi circa 130 euro al giorno) remunera gli investitori.

Lo studio di fattibilità – che sarà presentato con interventi del ministro della Giustizia Andrea Orlando e della presidente di Human Foundation Giovanna Melandri – mette in luce le opportunità e gli ostacoli del progetto. L’Università di Perugia ha analizzato le buone pratiche nel reinserimento lavorativo sia all’interno del carcere che fuori. Il Politecnico di Milano ha svolto la fotografia del carcere Lorusso Cutugno di Torino. Infine, dopo aver dialogato anche con gli operatori del carcere e le cooperative si è giunti a un modello di intervento con tanto di metriche e indicatori necessari per comprendere il cambiamento. Infine sono stati presi in esami gli aspetti giuridici dell’operazione affidati a Kpmg.

“Più in generale dovremmo ragionare su schemi pay for results semplici, perché i Sib nella forma originale scontano ancora grandi difficoltà applicative – spiega Mario Calderini, docente di social innovation al Politecnico di Milano – Ci sono due precondizioni per il successo dei Sib. Innanzitutto lo stato deve adeguare gli strumenti di contabilità pubblica che tengano conto della scommessa dei Sib sui risparmi futuri. In secondo luogo, dovremmo fare un’azione di capacity building sulle imprese sociali, senza che queste perdano i loro valori costitutivi. Un conto è ragionare a progetto con le risorse statali, un conto è ragionare con esigui capitali di rischio di investitori privati”.