Cosa siamo disposti a mettere sul piatto della bilancia per difendere la nostra privacy? O, meglio: quanta privacy siamo disposti a cedere per avere maggiore sicurezza? La verifica dell’identità online per motivi di sicurezza è oggi tra i principali focus di azioni anti-terroristiche. Ma, in un mondo sempre più digitalizzato, il controllo dell’identità online ha sfondato il confine delle operazioni di intelligence, per distribuirsi nella vita quotidiana di chiunque racconti, compri e lavori sul web. Internet, smartphone, social network, Internet of Things, cloud: tecnologie e servizi che conosciamo più o meno bene, ma che comunque usiamo quotidianamente. “I benefici sono enormi ed evidenti, oramai difficilmente potremmo farne a meno”, commenta Mauro Conti, professore associato presso il dipartimento di Matematica dell’Università di Padova e capo del Security and Privacy Research Group. “Ma siamo davvero consapevoli di quali sono i rischi per la nostra privacy o non ce ne preoccupiamo perché crediamo di non avere nulla da nascondere?”

Più l’uso dei servizi online diventa quotidiano, infatti, e più l’utente perde di vista i rischi delle nuove tecnologie. “È possibile ricostruire le informazioni che l’utente dei social network vorrebbe tenere nascoste oppure risalire all’elenco di applicazioni installate su un cellulare”, precisa il numero uno del Security and Privacy Research Group. Informazioni personali da tutelare, quindi, ma anche false identità da cui proteggersi, come “le sempre più frequenti frodi online o le false recensioni su Amazon o TripAdvisor”, continua Giuseppe Sartori, professore di Neuropsicologia e Psicopatologia forense presso il dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova. Qual è quindi la soluzione per limitare la violazione della nostra privacy? Aumentare la consapevolezza degli utenti. Ad esempio, continua Mauro Conti, se gli utenti si rendessero conto di come l’installazione di una semplice app sul cellulare possa portare a una violazione dei dati in nostro possesso, questo porterebbe a un indiretto controllo dal basso in grado di spingere i produttori dell’applicazione a limitare queste violazioni.

Ma il tema delle false identità online non si limita a una dimensione individuale. Allargando il discorso a un livello collettivo emerge il binomio privacy-sicurezza, ovvero il tentativo di delimitare il limite entro cui convivono la riservatezza dell’utente online e il controllo della sicurezza nazionale. Persuadersi che un controllo delle vite sul web possa aumentare la sicurezza collettiva, infatti, rischia di diventare un assist nei confronti di governi autoritari, come è accaduto in Egitto. “Sospetterei di uno Stato che elimina la privacy per rendere più sicuri i cittadini”, continua Conti, dal momento che ogni strumento consegnato allo Stato può usato come forma di controllo sociale.

Perché quindi non disegnare un sistema in cui gli accertamenti che rischiano di violare la  privacy siano legati a una condivisione di intenti legali? In questo modo, la volontà di giudici e investigatori darebbe più tutela a quanti siano sottoposti a verifiche via web. Cambiare la spinta che porta a controlli in rete, quindi, ma anche le reazioni degli utenti. In un mondo digitale in cui i social network profiles sono resi sempre più trasparenti, infatti, l’obiettivo deve essere quello di educare gli utenti a sorvegliare da soli i propri dati. Magari partendo proprio dalle università, che potrebbero colpire gli studenti con attacchi informatici per fargli capire cosa vuol dire essere “derubati” online.