“Si tratta di arte ambientale o di vandalismo? Si tratta di un intervento artistico che induce apprezzamento dell’ambiente e riflessione sul nostro rapporto con la natura che ci circonda o siamo soltanto di fronte a un pezzo di paesaggio degradato a prodotto sfruttabile economicamente?” chiedeva qualche tempo fa in rete un blogger statunitense, discorrendo dell’arte di Christo e in particolare di uno dei progetti cui l’artista bulgaro sta lavorando dall’inizio degli anni 90, “Over the river”. La risposta non è univoca, proseguiva il blogger, snocciolando dati e previsioni paragonabili, sulla carta, a quelli dei “Floating Piers” sul Lago d’Iseo: 450.000 visitatori attesi in due settimane di apertura, con un indotto previsto in 120 milioni di dollari, ancoraggi altamente tecnologici lungo il percorso del serpentone di tessuto da appendere sopra il fiume Arkansas, l’assicurazione da parte di Christo di ristabilire la situazione iniziale al termine dell’apertura dell’installazione. “Visto che tutto ormai è sfruttabile, non è forse meglio farlo con un’opera d’arte?”, concludeva il blogger.

“Over the river” è un progetto bloccato da anni in Colorado da una causa promossa da un gruppo ecologista. Sul suo impatto ambientale sono stati prodotti nel frattempo quattro volumi di studi, con costi milionari: “E’ stato analizzato ogni possibile aspetto riguardante gli esseri umani, la flora, la fauna. Gli unici animali che non sono stati presi in considerazione sono le giraffe e gli elefanti” ha scherzato Christo, che si dice abituato a dover dar conto minuziosamente degli effetti pratici delle sue installazioni, da lui stesso definite “un soave, temporaneo disturbo”.

La prima corposa relazione sul possibile impatto ambientale di una sua opera fu nel lontano 1975, in vista della realizzazione di “The Running Fence”, ancora negli Stati Uniti: 414 pagine per considerare la sostenibilità del progetto, poi realizzato l’anno successivo, suscitando ampi consensi.

Sul Lago d’Iseo, a fronte di iniziali stime di 500mila visitatori, il clamoroso richiamo dei “Floating Piers”  ha prodotto ben oltre un milione di accessi ai pontili rivestiti di tessuto giallo cangiante, cosicchè le lunghe code per accedere all’installazione, la congestione del traffico sia automobilistico che ferroviario che lacustre, la produzione di rifiuti da parte dei visitatori, impongono interrogativi sull’impatto prodotto sulla regione e sui benefici di quella che nei giorni precedenti l’apertura, il sindaco di Monte Isola, Fiorello Turla, ha definito “una follia, ma anche un’occasione che non potevamo perdere”.

Nell’immediato, l’aspetto cruciale è dato dalla ricostituzione della situazione ambientale antecedente all’installazione. La rimozione dell’opera è stata pianificata nel dettaglio, così come tutte le fasi costruttive, e perciò Christo e la sua équipe si dicono tranquilli.

“Per Floating Piers, – spiega il project manager Wolfgang Volz, – abbiamo scelto con cura i materiali da utilizzare, in modo da poterli riciclare a livello industriale. I 220.000 galleggianti prodotti in Italia, verranno rivenduti: non interi, quindi non per ricreare altri pontili o moli. Non vogliamo infatti turbare il mercato, immettendo una tale quantità di manufatti. Siccome sono stati realizzati in polietilene ad alta purezza e densità, potranno essere sminuzzati e rivenduti come granulato plastico di elevata qualità.”

Anche gli ancoraggi usati per fissare i pontili al fondo del lago, ciascuno del peso di 5 tonnellate fra cemento e acciaio, verranno recuperati da squadre di sommozzatori specializzati, e rivenduti: “Ripristinare le condizioni del fondale precedenti ai Floating Piers – prosegue Volz  – è una responsabilità etica che per noi è molto importante. Anche per questo, dietro alle nostre realizzazioni c’è molta ricerca, benché non appaia, e benché non si producano brevetti, perché le nostre esigenze sono troppo particolari per poter creare vantaggi di tipo economico alle ditte che accettano di sperimentare con noi”.

Allo stesso modo anche i 90.000 metri quadrati di stoffa “giallo dalia”, prodotta in Germania, e le corde ultraresistenti che hanno dato stabilità alle passerelle,  fornite dalla locale Corderia Cavalieri, troveranno nuovi acquirenti in campo industriale. Un modo certo per rientrare di parte dei costi, ma anche per smaltire l’enorme quantità di materiali impiegata nella realizzazione dell’opera: “Al di là della creazione estetica e artistica, nella loro realizzazione i nostri progetti non sono dissimili dalla costruzione di grandi manufatti come edifici, ponti o strade. C’è dietro un dettagliato lavoro urbanistico, architettonico, ingegneristico” spiega Christo, che rassicura sull’impegno alla rimozione completa dei “Floating Piers”: “I siti noi li restituiamo nelle condizioni che avevamo trovato. Anzi no: nel caso di “Surrounded Islands”, (le 11 isole al largo di Miami, che nel 1983 Christo e la moglie Jeanne-Claude cinsero di corolle di tessuto rosa, ndr), –  non ripristinammo la situazione iniziale, visto che non rimettemmo sulle isolette le 40 tonnellate di rifiuti che avevamo trovato e asportato per il progetto: frigoriferi, lattine di birra, copertoni, lavandini, materassi, barche…”