«Il boom di internet? Ce ne siamo accorti dal boom di fax». Domenico Laforenza, direttore dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr, cui fa capo anche il Registro.it, ama l’arte del racconto. E allora parte proprio da lì, dal paradosso tecnologico vissuto a metà anni Duemila, perché dietro c’è, nemmeno tanto nascosto, il passaggio di un’epoca.
«Fin dall’inizio – spiega Laforenza – la richiesta di un dominio avveniva via fax. A un certo punto ci siamo ritrovati inondati. Compravamo in continuazione nuove macchine e non bastavano mai. Siamo arrivati ad avere 32 stazioni che ricevevano 4 mila fax al giorno. Poi, per l’assegnazione del dominio trascorrevano necessariamente quattro o cinque giorni lavorativi. Il 28 settembre 2009, finalmente, siamo passati al sistema sincrono. I nomi «.it» si potevano registrare in tempo reale. Era sufficiente mandare una mail. Ecco, in quel momento non c’erano più dubbi: le nuove tecnologie avevano vinto».
Niente di meglio che un bell’aneddoto per fissare la tappa di un cammino. «Registro.it», l’anagrafe dei domini internet con targa «.it», compie trent’anni anni e coglie la palla al balzo per ripercorrere le tappe della rivoluzione internettiana, di cui è stato contemporaneamente testimone e protagonista. Trent’anni vissuti spericolatamente. Il dominio numero uno a suffisso nazionale è apparso in Rete il 23 dicembre 1987: era cnuce.cnr.it. L’acronimo rimanda al Centro nazionale universitario di calcolo elettronico, l’istituto che un anno prima, nell’aprile del 1986, era riuscito ad agganciarsi ad Arpanet, la rete antesignana di internet, lanciando da Pisa un «ping» al quale risposero da Roaring Creak, in Pennsylvania, con un secco quanto entusiasmante «ok».
Inizia così l’era pionieristica delle registrazioni a mano, o quasi: poche decine all’anno, in prevalenza enti pubblici, laboratori accademici e centri di ricerca (si veda anche l’infografica nella pagina precedente). Lo sbarco delle prime (grandi) imprese, ansiose di raccogliere la nuova sfida della comunicazione e della competizione globale: Olivetti nel 1990, Enel nel 1992, Ferrari e Benetton nel 1995. Quindi, la crescita esponenziale, legata a filo doppio alla diffusione di internet nelle abitudini degli italiani e alla scoperta, da parte delle aziende, del web come indispensabile strumento di lavoro. Nel 2005 il milionesimo dominio. A fine 2016 il tremilionesimo, toccato (potenza del caso) a un negozio di abbigliamento di Eboli, a conferma del fatto che non esiste più alcuna barriera: di latitudine e longitudine, di settore, di dimensione. Semplicemente, internet è diventato una necessità, meglio un prerequisito, nella vita di tutti i giorni e a maggior ragione nel business. E non è finita, perché chissà quali altri effetti produrrà l’inarrestabile esplosione degli smatphone e in generale del mobile.
«Negli anni Ottanta e Novanta i nostri clienti, a cominciare ovviamente dalle imprese, pensavano all’approdo su internet come pura forma di visibilità» dice Stefano Sordi, direttore marketing di Aruba, riferimento nel settore dei servizi digitali nonché il maggiore tra i registrar del «.it», le 1.300 società sparse da Bolzano a Palermo alle quali chiunque, privati, aziende, enti pubblici, deve appoggiarsi se vuole aprire un dominio. «A quei tempi, per esempio – prosegue Sordi – andava a ruba il nostro kit di accesso a internet che costava appena 40 mila lire e che comprendeva l’assegnazione di un dominio e la posta elettronica con l’identico nome. Il kit esiste ancora. A poco a poco, però, l’obiettivo è mutato: non più farsi vedere ma vendere. Da qui il carrello della spesa, la possibilità di mettere in campo una qualche forma di ecommerce. Oggi siamo al terzo step: l’interazione con il consumatore, la sua assoluta centralità. Fino al ribaltamento dei ruoli: ormai è l’utente, o se si preferisce il cliente finale, a lanciare i prodotti stessi. Gli strumenti di comunicazione devono assecondare, anzi guidare, questo cambiamento di paradigma».
Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di Strategia d’impresa alla Sda Bocconi, rincara la dose: «Siamo progrDa vetriessivamente passati dall’internet delle pagine all’internet dei processi, all’internet delle persone. In concreto? Semplice. Il sito nasce come semplice mezzo di informazione, la classica vetrina digitale, grosso modo la replica di una brochure cartacea. Non poteva bastare, chiaro: così è diventato un luogo di transazioni, una piattaforma di servizi, utilissima per parlare con gli stakeholder, per rendere efficiente la filiera a monte e a valle e soprattutto per fare affari. Con l’avvento del mobile e dei social network siamo all’ennesima rivoluzione. Che passa dalla personalizzazione dei messaggi e delle offerte».
Tutto vero, tutto giusto. E il risultato di queste continue trasformazioni è misurabile anche dalla crescita dei nomi a dominio con targa «.it». Negli ultimi tre anni il Cctld nazionale (Country code top level domain, in pratica la targa .it) ha segnato un aumento medio del 4,5%, quando in Europa le principali targhe hanno superato a stento l’1 per cento. Certo, il ritardo dell’Italia rimane e la strada per recuperare terreno è molto lunga: in particolare, la Germania, con 1.830 domini «.de» ogni 10mila abitanti (sei volte e mezzo di più dei nostri 285, sempre ogni 10 mila abitanti) appare quasi su un altro pianeta. «Purtroppo scontiamo un antico ritardo digitale. E comunque la rincorsa è cominciata» assicura Laforenza. «Noi ci puntiamo e non a caso abbiamo un programma di forti investimenti su due linee fondamentali: da una parte la sicurezza, dall’altra la qualità dei dati in nostro possesso. Sono convinto che il numero di domini possa raddoppiare, da 3 a 6 milioni, nel giro di pochi anni. In fondo noi possiamo contare su un atout che nessun altro ha: il “.it” significa made in Italy».