«L’agricoltura italiana va vista per strati: c’è quella che non ha bisogno e non potrebbe permettersi le nuove tecnologie e c’è uno strato che guiderà l’esplosione dell’agricoltura di precisione nei prossimi 2 anni, a patto però che gli attori del mercato saranno bravi a mostrarne i vantaggi».  Riassume così la via italiana all’agricoltura 4.0 Giuliano Vitali, fisico, ecologo e consulente di Fa. Mo. Sa., azienda specializzata in soluzioni di Internet delle cose e tecniche analitiche al servizio degli agricoltori. «Agli agricoltori servono strumenti di misura – continua Vitali – ma non bisogna tradirne aspettative e fiducia. L’approccio a chi lavora nella prima parte della filiera non può essere fatto in modo diretto, va gestito tramite associazioni di categoria, enti cooperative».

L’agricoltura e la filiera in cui si inserisce sono più complesse di una catena di montaggio propriamente detta: in fabbrica, l’Industria 4.0 appare più lineare sia nell’implementazione, sia nella gestione. Così, anche la comunicazione appare uno di quegli ostacoli da superare per entrare con soddisfazione nel mercato, soprattutto in un momento in cui i prezzi delle tecnologie tendono a diminuire e bisogna mostrarsi capaci di fare comprendere alle aziende che operano nel primario l’importanza di non attendere un ulteriore abbassamento dei costi e di dotarsi subito delle tecnologie necessarie, mostrando i benefici economici che se ne traggono.

Un aiuto potrebbe arrivare, al pari di quanto accade in altri comparti, dalle assicurazioni e dallo Stato. Le prime potrebbero applicare premi ridotti a quelle aziende agricole che si dotano di strumenti tecnologici atti a ridurre i rischi (così come accade per le automobili dotate di scatola nera) mentre lo Stato può incentivare gli investimenti. In Emilia Romagna e in Toscana ci si è già mossi in una direzione simile, concedendo finanziamenti a quelle aziende in grado di controllare i consumi di acqua e l’uso di glifosato, erbicida aggressivo e più volte finito alla sbarra negli ultimi anni. Ma si può fare di più.

Altro obiettivo, non meno ambizioso, è quello di promuovere la cultura della smart agriculture passando anche per gli orti e le case private. In quest’ottica si muove il progetto “Area del Futuro” promosso dallo Studio Carlo Ratti di Torino, che punta sul design di esperienze di produzione non convenzionali. Oggi il progetto è un padiglione in costruzione a Bologna, dove i visitatori potranno collegarsi ed accedere in remoto a una fattoria digitale, monitorare il livello di crescita e di salute delle piante. Un laboratorio digitale voluto anche per diffondere la cultura necessaria a sdoganare l’agricoltura 4.0 e i benefici che può portare alle persone e al pianeta. In termini di produzione sostenibile.

Tornando alle applicazioni industriali, l’Italia è in prima linea anche sulle coltivazioni idroponiche, ovvero le colture senza suolo. Da segnalare in questo ambito l’esperienza della Ferrari Farm, realtà aziendale di Rieti che, grazie proprio alle coltivazioni idroponiche è in grado di ridurre l’inquinamento e di raggiungere gli obiettivi di coltivazione al riparo dalle variabili climatiche della natura. Da seguire con attenzione, nel campo dell’idroponica per ambienti domestici, c’è il progetto Linfa, della startup Robonica. Attualmente è in fase di crowdfunding: è possibile prenotare una mini-serra idroponica con funzioni IoT. La data del lancio è prevista a maggio 2017. Il costo, per chi partecipa alla raccolta fondi, è di 199 euro.

Negli Usa il comparto dell’agricoltura 4.0 genera una cifra d’affari di 1,3 miliardi di dollari. L’Italia si è mossa in ritardo, viziata dalle necessità di un mercato in cui a fine 2015, come fotografato dall’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, la metà dei 10,3 milioni di oggetti connessi era riconducibile alle automobili e ai contatori del gas. Tuttavia, anche se successivamente ad altri paesi, il nostro paese di è messo in moto per partecipare alla rivoluzione. L’obiettivo fissato dal ministero delle Politiche agricole è quello di portare, entro il 2020, dall’1 al 10% la quota di terreni italiani coltivati con tecniche di agricoltura di precisione.