Un’app che permette all’archeologo di classificare i frammenti ceramici direttamente sul sito di reperimento, usando un tablet o uno smartphone. È il risultato che si propone di ottenere il progetto ArchAide, finanziato attraverso Horizon 2020 e che coinvolgerà oltre 35 tra ricercatori, informatici, designer, videomaker provenienti da 9 tra università, centri di ricerca pubblici e società private di 5 paesi (Italia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Spagna), con l’obiettivo di arrivare al rilascio di una versione definitiva nei primi mesi del 2019, dopo averla ampiamente collaudata sul campo.

I frammenti di ceramica sono reperti in pratica onnipresenti in qualunque sito archeologico, ed è molto difficile per un ricercatore sul campo classificarli a prima vista, specie perché possono provenire dalle epoche più disparate, dalla preistoria fino all’età contemporanea. Per farlo con sicurezza è necessario consultare cataloghi oggi disponibili solo in forma cartacea, cosa che può essere davvero lenta e macchinosa, dato che un singolo scavo può produrre un numero enorme di frammenti, nell’ordine persino delle centinaia di migliaia.

Il progetto ArchAide (la cui sigla sta per Archaeological Automatic Identification and Documentation of cEramics, cioè identificazione e documentazione automatica delle ceramiche archeologiche) prevede invece che all’archeologo sia possibile identificare i frammenti in modo automatico, semplicemente fotografandoli con un tablet, tracciandone a mano il contorno sulla foto, e lasciando che a fare il lavoro di consultazione di un vasto archivio online sia un’intelligenza artificiale, il deep learning. In tempo reale l’app fornirà i dati utili alla classificazione, in termini di probabilità che il frammento appartenga a una data epoca e tipologia. L’archeologo potrà poi affinare l’identificazione selezionando una serie di tag proposte dall’applicazione, e infine archiviare il risultato su un database liberamente consultabile da tutti.

L’Italia partecipa al progetto con un ruolo di primo piano. A idearlo e coordinarlo è infatti il laboratorio Mappa (Metodologie digitali APPlicate all’Archeologia) del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, un’unità multidisciplinare che mette insieme al servizio dell’archeologia l’attività di matematici, geologi, specialisti in geolocalizzazione (Gis), storici e sviluppatori web, oltre ovviamente agli archeologi. Al Mappa appartengono il coordinatore del progetto, il professor Gabriele Gattiglia, e la principal investigator del progetto, Maria Letizia Gualandi. Partecipano inoltre il Visual Computing Lab del Cnr-Isti e l’azienda di tecnologie informatiche Inera. Il progetto è arrivato secondo nella sua categoria, ottenendo da Horizon 2020 un finanziamento di due milioni e mezzo di euro.

“All’interno del progetto ci sono anche due task legate all’analisi e alla visualizzazione dei dati, di cui ci occuperemo a Pisa al laboratorio Mappa, che si dedica all’archeologia ma lavora a stretto contatto con i matematici”, ci ha spiegato il professor Gattiglia. “Sarà un modo per portare anche l’ambito dell’archeologia e dei beni culturali verso il paradigma dei big data. Ciò che più ci piace del progetto è che faciliterà il compito degli archeologi professionisti, dando a chi opera sul campo la possibilità di fare un lavoro più accurato. Ma l’innovation action della comunità europea punta anche a ricadute positive sul lavoro: del nostro consorzio fanno parte non solo gruppi di ricerca ma anche aziende”.

“Per quanto ne so questo è il primo progetto di questo genere”, ci ha detto il professor Loir Wolf, a capo del dipartimento di deep learning dell’Università di Tel Aviv, che si occuperà di sviluppare il software di riconoscimento dei frammenti ceramici. “Si tratta di un compito che presenta molte difficoltà. Ogni frammento ha una forma propria, non è identico a un altro che possiamo memorizzare come modello. Rispetto all’oggetto completo mancano tantissimi dati che il sistema deve inferire. Per giungere a un risultato corretto occorre addestrare il computer a operare delle generalizzazioni che abbiano un senso dal punto di vista archeologico, per permettergli di estrarre da un immenso archivio solo i dati significativi per effettuare un confronto e arrivare velocemente a un’identificazione”.

Si tratta quindi di un progetto molto innovativo, che non solo rivoluziona il modus operandi dell’archeologo, ma aderisce a una visione condivisa del sapere, in cui i dati raccolti diventano immediatamente accessibili (il database del progetto sarà reso disponibile sotto forma di open data). Verrà realizzata anche una versione collaterale dell’app destinata ai bambini, che potranno utilizzarla per avvicinarsi in modo divertente al mondo dell’archeologia.