Una startup israeliana sta ingaggiando Google e Apple nella sfida della vendita dei dati personali. Otonomo utilizza una piattaforma di scambio dati su cloud che consente a milioni di auto e driver di connettersi a centinaia di applicazioni e servizi (v2v, infrastrutture stradali intelligenti, dispositivi, pedoni, case automobilistiche e internet in generale). Ma è anche un sistema per raccogliere, organizzare e vendere dati a terzi. Le auto connesse stanno diventando un enorme “deposito” di dati, tale da far emergere nuovi modelli di business e di servizi, un’industria, secondo il rapporto McKinsey, che varrà 750 miliardi di dollari entro il 2030. I produttori di auto potrebbero fare più soldi vendendo i dati del veicolo che non il veicolo stesso.

Si stima che entro il 2021 le auto connesse in circolazione saranno più di 380 milioni a livello mondiale, più del doppio del numero attuale. E i dati generati sono allettanti sia per i venditori poichè saranno in grado di registrare la posizione, le abitudini di guida, le scelte di intrattenimento, sia per i guidatori e i produttori  che potranno prevenire i problemi di manutenzione e fornire altri servizi per fidelizzare il conducente. Le auto insomma sono postazioni mobili di ascolto: tengono traccia delle telefonate, dei siti web, della musica ascoltata, dei comportamenti di guida,…

“Google, Amazon, Facebook sono i maestri della monetizzazione dei dati – commenta Avner Cohen, presidente e co-fondatore di Otonoma, che abbiamo incontrato a Tel Aviv al summit sulla Smart mobility  – I produttori di auto intendono fare la stessa cosa e ci identificano come un partner strategico”. Perchè a differenza di altri, Otonoma ha la capacità di aggregare dati da più aziende e di fornire un insieme di dati più completo alle parti interessate, come compagnie di assicurazione, rivenditori, inserzionisti e servizi di parcheggio.

Quindi la società sta già vendendo i dati del proprietario del veicolo, ma le questioni sulla riservatezza restano aperte : “Otonomo aderisce alla legge sulla privacy dell’auto del 2015  – precisa Cohen – la quale indica che tutti i dati raccolti da un veicolo sono di proprietà del guidatore (proprietario o a noleggio) a meno che lo stesso non dichiari esplicitamente il consenso alla condivisione”. Ma non sempre è facile accorgersi se si è data o meno l’autorizzazione accettando i termini e le condizioni dei sistemi multimediali e di navigazione installati sulle auto.

Quando si tratta di condividere queste informazioni, i proprietari dei veicoli sono sostanzialmente divisi in due, come si legge nel rapporto McKinsey: su 3.184 intervistati, il 55% acconsente, il 45% è invece contrario alla vendita a terzi. In effetti ci sono casi in cui i consumatori vogliono condividere alcuni tipi di dati, esattamente come fanno con il loro smartphone. Per esempio può essere utile condividere la propria posizione per ricevere allert sui parcheggi aperti e liberi nelle vicinanze. Ma di fronte all’incalzare della comunicazione v2v, che comporterà la condivisione e la raccolta di flussi di dati completamente nuovi, le norme sulla privacy potranno/dovranno cambiare. E non solo. La connettività nelle auto amplifica il problema della sicurezza dell’informazione, altra area in cui le aziende israeliane sono leader.