Sensori che trasformano lo smartphone in un indicatore del tasso alcolemico. Algoritmi capaci di rilevare incidenti e allertare i soccorsi in tempo reale. Elettrocardiografi delle dimensioni di un gadget, per comunicare con specialisti in caso di emergenza. L’innovazione del settore assicurativo passa per le insurtech, le tecnologie assicurative progettate da startup per digitalizzare e potenziare i servizi di copertura assicurativa.  Solo l’anno scorso, secondo dati della società di ricerca Cb Insights, i fondi venture capital hanno messo sul piatto 1,7 miliardi di dollari in startup che gravitano intorno a polizze, profilatura degli utenti e calcolo dei rischi. E in Italia? Si va dai sensori wireless che segnalano le cadute su moto e sci ai dispositivi che “salvano” dalla guida gli utenti che hanno esagerato con gli alcolici. Fornendo materiale prezioso alle grandi compagnie, come testimoniano gli investimenti messi in campo da specialisti come Axa strategic ventures (il fondo di investimento del gruppo Axa) o la «caccia alla startup» lanciata dal gruppo Generali con maratone e contest specifici.

Proprio Axa strategic ventures ha chiuso a gennaio un round da 750mila euro insieme a Invitalia strategic ventures per Floome, la “app etilometro” lanciata a Padova nel 2013 da Fabio Penzo, Marco Barbetta e Luca Escoffier. Il dispositivo, da utilizzare in coppia con una app dedicata, permette di misurare la concentrazione di alcool nel sangue e inviare i risultati direttamente sul proprio smartphone. Il meccanismo è semplice: l’utente soffia nel beccuccio come in un qualsiasi alcol test e aspetta il feedback della applicazione. Se lo schermo si tinge di rosso, bisogna aspettare i tempi di recupero consigliati dal software a seconda della profilatura elaborata dal sistema su fattori come sesso, età, altezza e peso. Non solo: a differenza di altre app già sul mercato, sopratutto internazionale, Floome permette di avere accesso a un quadro di «alternative» per ridurre i rischi. Ad esempio l’utente può consultare una lista dei locali della zona per mangiare qualcosa e smaltire gli alcolici consumati, chiamare un taxi o mettersi in contatto con una lista scelta di amici per chiedere assistenza.

Una logica simile a quella che ha dato vita, in ambito diverso, a Brain One: un dispositivo di «telemetria smart» che misure e raccoglie dati sulle performance di sport estremi, sviluppato dalla startup veneto-trentina Brain. Anche in questo caso si parla di un abbinamento tra dispositivo ed app, secondo un duplice obiettivo: la raccolta di dati sulla prestazione in sé e l’incremento della sicurezza dell’utente. Da un lato il dispositivo registra e misura vari indicatori della performance, come il tempo di giro o l’accelerazione. Dall’altro, grazie al suo Gps alert, potrà mandare un messaggio in tempi immediati in caso di incidente. Come una scatola nera in forma – molto – ridotta e visualizzabile sullo schermo del proprio smartphone. La startup sottolinea che il prodotto è nato e si presenta come un «gadget per il divertimento». Anche se è lo stesso cofondatore Simone Grillo ad ammettere che «potrebbe dialogare con il mondo delle assicurazioni perché la sicurezza è uno dei pilastri della app».

Pur non affiliandosi all’insurtech, Brain insiste su una delle tecnologie più studiate dal settore: i sensori che raccolgono ed elaborano informazioni da remoto, facendo leva sul rapporto tra analisi dei dati e sicurezza. La novità del dispositivo, pronto al lancio nel 2017, è un algoritmo che rileva situazioni di pericolo come accelerazioni improvvise o il contatto a terra. Il target di riferimento è il mondo del motociclismo, ma il gadget punta anche ad altri filoni come go-kart e sci alpinismo. «Il nostro algoritmo permette di cogliere oscillazioni pericolose della moto ed avvisare subito se si è verificato un incidente – dice Grillo – L’obiettivo è sempre misurare la prestazione, anche se la sicurezza diventa un ulteriore pilastro». E nel mondo dell’healthcare, la sanità? Tra i casi  italiani è appena emerso quello della genovese D-Heart: un elettrocardiografo «grande quanto uno yo-yo» che si collega via bluetooth al cellulare e permette di condividere informazioni con il proprio medico. Lanciata nel 2015, l’impresa fondata da Nicolò Maurizi e Niccolò Briante si è appena aggiudicata un grant di circa 200mila euro dalla Fondazione Vodafone Italia.