Spesometro, beni ai soci, black list, Intrastat. Termini che fanno venire i brividi negli studi professionali perché significano scadenze, obbligo di raccolta dati e rischio di sanzioni. Il fisco telematico non sempre ha semplificato la vita degli addetti ai lavori. Specie se si considera che l’avvento dell’informatizzazione è stato interpretato dall’amministrazione finanziaria come possibilità di chiedere sempre più dati ai contribuenti e a chi li assiste.
Insomma i veri terminali dei big data del fisco italiano sono diventati i commercialisti e gli altri intermediari abilitati. E dopo aver “accettato” tanti nuovi obblighi comunicativi ora sono scesi sul piede di guerra. Il motivo del contendere è rappresentato dalla nuova ondata di informazioni richiesta dal decreto fiscale collegato alla manovra a partire dal prossimo anno (il Dl 193/2016). Nel complesso si tratta di otto nuove scadenze da rispettare una volta che le nuove norme saranno andate a regime. Quattro comunicazioni all’agenzia delle Entrate riguarderanno le fatture emesse e ricevute e solo per il debutto è stato “concesso” un invio semestrale entro il 25 luglio 2017. Altre quattro comunicazioni da effettuare ogni anno interessano, invece, le liquidazioni Iva, ossia l’imposta versata all’Erario e quella a credito.
L’introduzione di questi nuovi obblighi ha una finalità chiara: dare un contributo decisivo a spezzare la catena dell’Iva dichiarata e non versata. Del resto, per l’Iva, il tax gap (cioè la differenza tra quanto effettivamente dovuto e quanto poi pervenuto nelle casse pubbliche) è stato quantificato in 40,2 miliardi per il 2014 nell’ultimo rapporto del ministero dell’Economia sull’evasione. Di questa cifra 8,4 miliardi si riferiscono a Iva dichiarata poi non versata. Proprio dalle nuove misure ci si aspetta un recupero notevole in termini di maggiori entrate, valutato dalla relazione tecnica al decreto fiscale in oltre 2 miliardi nel 2017 e ben 4,2 miliardi per il 2018.
Il recupero, però, comporterà costi aggiuntivi per gli operatori. Certo, è stato previsto un bonus sotto forma di credito d’imposta di 100 euro, che sarà riconosciuto a professionisti e imprese che hanno sostenuto costi per l’adeguamento tecnologico in vista delle nuove comunicazioni Iva e hanno realizzato un volume d’affari non superiore a 50mila euro. Ma le prime stime sui costi complessivi per il nuovo adempimento sembrano di gran lunga superiori all’agevolazione. Secondo Confprofessioni Lazio, ad esempio, il carico medio dei nuovi adempimenti su imprese e professionisti si attesterà sui 480 euro annui nel 2017 e sui 720 a partire dal 2018. Il peso complessivo delle nuove comunicazioni telematiche è stato calcolato in 10 miliardi di euro nel triennio.
Anche questo spiega il forte malcontento nella categoria. Nonostante le prime anticipazioni fornite la scorsa settimana dalla direttrice delle Entrate, Rossella Orlandi, sul fatto che il modello per la comunicazione delle liquidazioni Iva chiederà un numero limitato dei dati e che non ci sarà nessun accanimento in termini sanzionatori sugli errori di invio, i sindacati che commercialisti scenderanno in piazza Santi Apostoli a Roma mercoledì 14 dicembre. Sarà una manifestazione per proclamare uno sciopero a inizio 2017 e per chiedere un intervento deciso sul taglio degli adempimenti.
Del resto, il confronto internazionale è ancora impietoso. Dall’ultimo rapporto Paying taxes di Banca mondiale e PwC emerge che in Italia sono 240 le ore annuali dedicate solo agli adempimenti fiscali: un dato che segna un miglioramento rispetto alla precedente rilevazione quando le ore impiegate risultavano 269, ma che riflette ancora una distanza enorme da colmare rispetto alle 164 ore che rappresentano la media dei Paesi Ue e dell’associazione europea di libero scambio.