Gestire la produzione diffusa e decentralizzata di energia elettronica, su piccola o grande scala. Facendo incontrare domanda e offerta in modo rapido ed efficiente. «I fattori in gioco, che favoriscono l’intervento della blockchain, sono la crescita prevista per le smart grid e le energie rinnovabili», riassume Giacomo Verticale, ricercatore al Dipartimento di Elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano: «Su piccola scala e dal basso ci sono iniziative peer to peer “micro grid” dove le persone comprano e vendono energia generata da pannelli solari, utilizzando blockchain per registrare le transazioni».

Forse l’esempio più importante è il sistema di Lo3 Energy e la sua micro grid a Brooklyn, con 50 nodi fisici. Ha firmato una partnership con Siemens ed è in discussione con i regolatori di Stati Uniti, Australia ed Europa per espandersi altrove. In particolare utilizza la piattaforma Ethereum.

L’ostacolo principale all’utilizzo di questi sistemi in Europa è la regolazione privacy, che – soprattutto con l’avvento del nuovo regolamento protezione dati a maggio 2018 – mal si concilia con la trasparenza delle informazioni su blockchain. È il motivo che sta rallentando l’integrazione di blockchain con il network peer to peer, di trading di energia, della olandese PowerPeer (a detta di questa stessa azienda).

Non così stringenti le normative privacy in Australia e Nuova Zelanda, dove su blockchain c’è la micro grid di PowerLedger, con 500 utenti attivi. Tra l’altro, PowerLedger dichiara di aver migliorato l’algoritmo in modo da renderlo meno dispendioso in termini energetici rispetto a quello adoperato per i bitcoin. Risponde così alla critica secondo cui una transazione bitcoin consuma 5mila volte più energia rispetto a una con carta di credito. Certo sarebbe paradossale fosse così anche con le blockchain per le micro grid, che hanno nella sostenibilità ambientale buona parte della loro ragione di esistere. Simile è l’israeliana Solarchange, con la differenza che ricompensa gli utenti produttori di energia con una cripto-moneta ad hoc (SolarCoin). Lanciata nel 2014, a metà 2017 aveva 10 mila installazioni in 25 Paesi.

«Su larga scala, opera invece il progetto Enerchain, il più interessante ad oggi», aggiunge Verticale.Lanciato dalla tedesca Ponton, Enerchain è stato abbracciato a maggio da 23 società energetiche europee, tra cui big come Enel, E.on, Total, Vattenfall, Iberdrola. L’obiettivo è sviluppare un mercato europeo decentralizzato, all’ingrosso, per il trading di energia e di gas naturale. A ottobre, E.on ed Enel hanno finalizzato il primo contratto, per la prima volta scambiandosi elettricità in questo modo, su blockchain: hanno fatto direttamente e in pochi secondi operazioni che di solito richiedono un intermediario centrale.

«Qualunque sia la scala, l’approccio di questi progetti è lo stesso: usano blockchain per consentire a una molteplicità di attori di scambiarsi energia su un’unica infrastruttura, decentralizzata; in modo automatico e rapido», dice Verticale. «La velocità è importante in questo mercato, dove si vuole incrociare domanda e offerta nel minor tempo possibile».

I tanti, ma ancora implumi, progetti provano a dimostrare che blockchain permetterà al mercato di adeguarsi a un futuro in cui la produzione di energia avverrà in uno scenario piuttosto diverso, più complesso, rispetto a quello a cui siamo stati abituati. Un futuro in cui le fonti di energia saranno variegate e anche intermittenti. E i produttori molteplici, dalla famiglia al grande colosso.