“Plastica, Ben. Il futuro è nella plastica”. Ben è Dustin Hoffman, protagonista del film Il Laureato, e il consiglio gli viene elargito a bordo piscina da un amico di suo padre. Siamo nel ’67. Quattro anni prima, Giulio Natta aveva ricevuto dalle mani del re di Svezia il Premio Nobel per l’invenzione del polipropilene. Cinquant’anni dopo, la profezia elargita al giovane di belle speranze si è avverata. Viviamo in un planeta di plastica e sarà sempre più così. In base a un recente studio delle università americane della California e della Georgia, in questo mezzo secolo sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica insolubile e le previsioni dei ricercatori stimano che questa montagna crescerà fino a 34 miliardi di tonnellate nel 2050. Dal 2010 a oggi, infatti, i big della petrolchimica hanno investito 186 miliardi di dollari in 318 nuovi stabilimenti, che porteranno a un aumento della produzione di plastica da fonti fossili del 40% nel prossimo decennio.

Di questa enorme massa, fino a oggi solo il 9% è stato riciclato e il 12% bruciato nei termovalorizzatori, mentre il 79% è andato a inquinare l’ambiente, in discarica, sul territorio o in mare. Nello studio – senza dubbio il più completo identikit nella storia di questo materiale – si stima che metà dei quasi 400 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno diventa rifiuto dopo meno di quattro anni di uso, per non parlare dei sacchetti, che in media si usano solo venti minuti. Lo stesso team, guidato da Roland Geyer dell’Università della California a Santa Barbara, aveva calcolato in uno studio precedente che otto milioni di tonnellate di plastica all’anno finiscono in mare.

Da qui partono una serie di altre ricerche, rivolte a capire fino a che punto la plastica sia già entrata nella catena alimentare che arriva fino a noi. In primo luogo nell’acqua di rubinetto. Il tasso più alto di contaminazione dell’acqua da bere, al 94%, è stato trovato negli Stati Uniti, secondo uno studio guidato da Sherri Mason, esperta di microplastiche della State University di New York a Fredonia. In pratica, quasi tutta l’acqua che esce dai rubinetti degli americani è inquinata da fibre plastiche. L’India viene subito dopo. In Europa la situazione è un po’ migliore, ma siamo comunque al 72%. Non è chiaro come tutta questa plastica possa finire nell’acqua da bere, ma la spiegazione più plausibile, secondo i ricercatori, è che le microplastiche in sospensione in atmosfera finiscano nei laghi e nei fiumi con la pioggia. Un altro studio, condotto dell’Università di Paris-Est a Créteil, ha scoperto nel 2016 che una pioggia di microplastiche scarica dalle 3 alle 10 tonnellate all’anno di questi materiali su Parigi, inquinando l’aria e le acque della città.

Sherri Mason ha individuato, insieme ai colleghi dell’Università del Minnesota, la presenza di microplastiche anche in molti tipi di sale e di birra, così come altri ricercatori avevano già fatto in Europa e in Asia. In Germania sono state testate 24 marche di birra da due ricercatori di un centro di analisi in Bassa Sassonia e in tutte sono stati trovati frammenti di microplastiche. La presenza di microplastiche è stata rilevata anche in 19 tipi di miele e 5 marchi popolari di zucchero. La scorsa primavera, un gruppo di scienziati francesi, inglesi e malesi hanno testato 17 tipi di sale in otto Paesi diversi, scoprendo particelle di microplastiche in tutti i campioni testati, tranne uno. La presenza prevalente sono resti di polietilene e polipropilene. In Spagna, lo stesso è stato fatto da ricercatori locali, che hanno testato 21 tipi di sale e hanno trovato residui di plastica in tutti i campioni. Il sale marino, in particolare, è considerato dagli esperti il più contaminato. Lo scorso agosto, uno studio dell’Università di Plymouth ha analizzato la presenza di microplastiche nel pesce, appurando che circa un terzo dei pesci catturati nel Regno Unito, tra cui merluzzi, sgombri e crostacei, sono contaminati. Poco ancora si sa sulle conseguenze per la salute umana derivate dall’ingestione di fibre plastiche.

L’unica difesa contro la contaminazione è mettere un freno alla diffusione delle materie plastiche da fonti fossili, sia puntando sul riuso di quelle già prodotte, sia sulla sostituzione con bioplastiche il più possibile biodegradabili, che al momento non superano l’1% del volume complessivo di plastica prodotta nel mondo. Questa quota minimale è destinata a una forte crescita nei prossimi anni, a un ritmo stimato del 17% all’anno, per arrivare a un volume d’affari di oltre 7 miliardi di dollari nel 2022, in base a una recente ricerca di Smithers Pira. Al momento l’Europa è all’avanguardia sia nei consumi di bioplastiche, sia nella ricerca e sviluppo di questi materiali, come dimostra anche la nostra Novamont, pioniera del settore. Ma nel tempo il centro del mercato mondiale dovrebbe spostarsi verso Est, secondo Smithers Pira, che vede una forte crescita nella produzione cinese, indiana e tailandese. La quota più significativa dei consumi di bioplastiche (46%) è dedicata ai sacchi per la spazzatura e borse della spesa. L’imballaggio di cibo è il secondo settore di consumo, seguito dalle bottiglie. Il consumo di bottiglie di bioplastiche è aumentato drasticamente dal 2012, in seguito all’introduzione del Pet derivato da biomasse per le bottiglie di bevande analcoliche, e l’anno scorso ha rappresentato quasi il 22% del mercato.

C’è anche chi tenta di eliminare dalla propria vita gli imballaggi di plastica acquistando prodotti sfusi, uso che si va diffondendo in diversi supermercati. A Berlino chi vuol fare la spesa così va a Kreuzberg da Original Unverpackt e nel resto della Germania c’è una trentina di negozi analoghi. A Londra c’è il Bulk Market a Dalston e il network di Zero Waste Shop nel resto del Paese. Anche in Italia esiste la rete Negozio Leggero, che offre ai consumatori la possibilità di fare una spesa sostenibile acquistando oltre 1500 prodotti alimentari, per la cura della persona e per la casa senza imballaggio. Nato a Torino nel 2009, il Negozio Leggero in questi anni si è esteso a 14 punti vendita sul territorio italiano (a Torino, Milano, Roma, Palermo, Bergamo, Asti, Bra, Bormio e Morbegno in Valtellina) e in Svizzera, a Lugano.