«Siamo di fronte a una valanga di innovazione. Non possiamo ignorarla, dobbiamo imparare a conoscerla davvero». La “valanga” che si sta riversando sul mercato finanziario si chiama blockchain, il registro che è alla base del sistema di transazioni di bitcoin. Il fenomeno sta esplodendo come tecnologia a sé, indipendente dalla criptovaluta che l’ha resa nota su scala mondiale. Anche perché il suo potenziale non si esaurisce nelle transazioni: gli ambiti d’uso vanno dal trading al mercato dei capitali, dalla certificazione del credito ai derivati.
E in Italia? «Le banche italiane hanno cominciato a esplorare questa nuova tecnologia molto recentemente e per lo più sul piano teorico. Con l’eccezione di poche, tra cui le più grandi, che hanno iniziato la sperimentazione in alcune aree», fa notare Riccardo Motta, partner di Deloitte e leader del settore finanziario. La società di consulenza ha appena dedicato alla piattaforma un intero evento, con un occhio di riguardo proprio per la Penisola e i suoi primi passi all’interno di una tecnologia con effetti dirompenti sui vecchi schemi del mercato finanziario. Senza dimenticare una conseguenza diretta, tutta interna al budget degli istituti: la “catena dei blocchi” permette di snellire processi e di rivoluzionare i rapporti nel mercato interbancario, con una riduzione dei costi che gioca a favore del processo di rafforzamento in corso nel nostro sistema creditizio. Certo: si parla di mondo «ancora un passo indietro» rispetto allo scenario estero, soprattutto per la scarsità (o l’assenza) di investimenti degni di nota. Ma c’è chi sta recuperando terreno. Intesa Sanpaolo e Unicredit sono i soli istituti di credito italiani ad aver aderito al consorzio di 45 colossi finanziari internazionali di R3 Cev, società di innovazione finanziaria di New York specializzata in soluzioni di blockchain private per i player del settore bancario.
Per Intesa Sanpaolo, la scelta si inserisce in un percorso definito: l’istituto ha avviato un «presidio permanente» sul fenomeno delle blockchain, con una copertura che va dalla contabilità degli investimenti alle novità normative. Alla base, però, c’è un processo di formazione per sciogliere i nodi della catena digitale: come si sta evolvendo, come è disciplinata, quanto può essere fruttuosa nella sua versione tra soggetti privati e quali sono i rischi di renderla del tutto open. «Abbiamo avviato un importante programma formativo per spiegare tecnologie, diritti capire le piattaforme e gli ambiti di applicazione con un duplice approccio: blockchain private e blockchain pubbliche, permissionless», spiega Mario Costantini, Head of innovation research and acceleration di Intesa Sanpaolo. Sono proprio le piattaforme permissionless a creare più preoccupazione, ma i timori non equivalgono a una chiusura ermetica verso le sperimentazioni: «Stiamo facendo test per capire i limiti del sistema permissionless. Quanto alle blockchain private, invece, c’è la possibilità di istituire uno strumento adatto alle esigenze del nuovo mercato bancario e finanziario».
La strategia è simile a quella indicata da Massimo Milanta, global chief information officer di Unicredit: prudenza sull’adozione della blockchain e sopratutto dei controversi bitcoin – «Bisogna trovare un modello alternativo» -, ma interesse per tutte le applicazioni più produttive della catena. Secondo Milanta, bisogna «sviluppare un prototipo funzionante» che metta in campo le innovazioni già rodate della piattaforma: maggior grado di sicurezza, pagamenti più rapidi, un portafoglio più ampio di strumenti sia per chi eroga il credito che per i clienti.
Uno sguardo simile a quello offerto da Banca Sella: «Prima di tutto c’è la questione dei pagamenti: noi riteniamo che l’esercente debba mettere a disposizione del pagatore una vasta gamma di valute e – perché no? – anche criptovalute. Insomma, il cliente deve poter pagare con tutti gli strumenti che ritiene necessari o utili». Certo: prima ancora di fare progetti, «serve un’armonizzazione normativa: lavoriamo in un mercato regolamentato e dobbiamo operare nel perimetro che ci viene prescritto».
La regolamentazione è in effetti il tasto più delicato, anche per la natura stessa della blockchain: non è facile fissare paletti su un sistema che vanta già un grado interno di auto-protezione, dove i sistemi crittografici tutelano le informazioni trasmesse con la precisione dei codici numerici. Giacomo Zucco, Ceo di BlockchainLab, non vede incompatibilità tra le regole dell’authority e la flessibilità digitale della catena. Il rischio, semmai, è che normative troppo ingessate rallentino il processo di integrazione tra banche, finanza e l’enorme potenziale della blockchain. «La regolamentazione non danneggia l’innovazione, non ferma la tecnologia anche perché la tecnologia è auto-regolatoria. Il sistema bancario rischia di farsi schiacciare, se non può muoversi con agilità su nuovi fronti».