Sorveglianza, prevenzione e controllo delle infezioni, impiego corretto degli antibiotici, formazione, comunicazione e informazioni, ricerca e innovazione. Sono queste le sei pietre angolari del Pncar, Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, per il periodo 2017-2020. L’iniziativa voluta dal ministero della Salute, interpreta con una logica unitaria, a 360 gradi e in chiave intersettoriale, la problematica della resistenza agli antibiotici, viene presentata in occasione della settimana mondiale della consapevolezza antibiotica, (13-19 novembre) e della Giornata europea dedicata allo stesso tema (18 novembre).

Il fenomeno non riguarda infatti esclusivamente l’essere umano, sempre più esposto al rischio di trovarsi a combattere le infezioni batteriche con armi spuntate, ma coinvolge anche la sanità veterinaria e la stessa filiera di produzione degli alimenti. D’altro canto, proprio sugli alimenti e sulla possibilità che diventino “veicolo” di trasmissione della resistenza batterica si è concentrata l’attenzione di molti ricercatori. I batteri presenti nei cibi, del tutto innocui sul fronte della salute, potrebbero infatti consentire una sorta di “trasferimento orizzontale” dei geni della resistenza batterica, che passano attraverso un microrganismo commensale per il corpo umano fino a raggiungere germi patogeni. Questi, nelle fasi successive di sviluppo, incorporano nel proprio genoma l’invisibile tratto genetico che li rendono inattaccabili da un determinato antibiotico, e la loro “stirpe” conserva questa caratteristica, diventando quindi resistenti all’antibioticoterapia.

Mettere sotto accusa solo gli alimenti, tuttavia, sarebbe riduttivo e improprio. Perché il trasferimento di geni di resistenza da batteri “buoni” a “cattivi” appare sempre più come un fenomeno che coinvolge l’ambiente in cui viviamo. Lo provano alcuni studi condotti su neonati allattati esclusivamente al seno, che non avevano mai assunto alcun cibo diverso dal latte materno: nella loro flora intestinale albergano batteri che hanno nel proprio patrimonio genetico i tratti tipici della resistenza, e quindi possono “trasferirli” ad altri batteri.

Come mutano facilmente i batteri. Di certo c’è che i batteri sono per loro natura mutanti e sono in grado di riprodursi rapidamente tanto che in condizioni ottimali possono raddoppiare di numero ogni venti minuti. L’antibiotico, specie se impiegato in maniera non ottimale, può quindi dare il via a una serie di naturali meccanismi di sopravvivenza che il batterio mette in atto per sfuggire all’attacco del farmaco e per preservare la specie.

I mezzi attraverso cui si creano le resistenze sono molteplici. Per sfuggire all’antibiotico il germe può ad esempio “rimescolare” alcune porzioni del proprio materiale genetico con quello di un’altra specie, assumendone le caratteristiche di resistenza. A volte invece viene sfruttato un batteriofago, una sorta di “cinghia di trasmissione” che permette al germe di incorporare geni di un altro batterio, o addirittura può accadere che un frammento di Dna passi da una cellula batterica all’altra, modificando gli invisibili “punti d’attacco” dell’antibiotico. Il risultato di tutti questi passaggi è che l’antibiotico, non trovando più gli “appigli” necessari per uccidere il batterio, diventa inefficace. Va anche ricordato che i geni che favoriscono la resistenza possono superare la barriera di “specie” dell’ospite, per cui si trasmettono con grande facilità anche da una specie all’altra e anche in particolari situazioni, come ad esempio nella zootecnia, quando questi farmaci vengono usati per profilassi. E non bisogna nemmeno sottovalutare l’agricoltura, nell’ottica “One Health” che guida il Pncar. Il tutto, ovviamente senza dimenticare l’appropriatezza nella prescrizione dei farmaci e il loro corretto utilizzo da parte dei pazienti.

Quali germi fanno paura? I batteri si dividono in due macro gruppi, i Gram-positivi e i Gram-negativi e si differenziano per lo spessore della parete cellulare. I batteri Gram-negativi, oltre ad avere una parete cellulare più spessa, sono costituiti da patogeni ad alta capacità di adattamento e sono causa delle più comuni infezioni intra-addominali, delle infezioni tratto urinario, delle polmoniti nosocomiali o contratte in ospedale. Stando ai dati del progetto “Antimicrobial resistance surveillance in europe” relativi al 2015, Klebsiella Pneumoniae, Escherichia coli, e Pseudomonas aeruginosa rappresentano il 70% di tutti i patogeni Gram-negativi che causano infezioni intra-ospedaliere.

A far paura da noi è soprattutto la Klebsiella Pneumoniae Kpc (resistente ai carbapenemi), che causa polmoniti, infezioni del sangue e del tratto urinario. E’ il principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie. Uno studio Europeo pubblicato su Lancet Infectious Diseases ha stimato che in Italia sei pazienti ogni 10.000 ricoveri hanno un’infezione da Klebsiella resistente, contro una media europea di 1.3 pazienti. “Certamente in Italia il problema più importante è rappresentato dalla Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi, anche se in Europa siamo maglia nera anche per altri microrganismi, come per esempio Pseudomonas aeruginosa, per il quale avremmo un nuovo farmaco che, sfortunatamente, non si può ancora impiegare per questa indicazione, nonostante richieste ufficiali e documentate – spiega Claudio Viscoli, infettivologo, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva e organizzatore dell’International meeting on Antimicrobial chemotherapy in clinical practice (Accp).

Ovviamente il problema non è solo italiano. La diminuzione di efficacia degli antibiotici è un fenomeno globale, pesantissimo in Paesi come India e Cina, ma non risparmia praticamente alcun Paese con un gradiente che si sposta dall’est e sud del mondo verso l’ovest e il nord.  Le persone veramente a rischio sono quelle con malattie gravemente defedanti, che riducono fortemente le difese contro le infezioni, specialmente se ricoverati in ospedale o residenze sanitarie assistite.

Finché siamo in grado di difenderci, questi microrganismi resistenti, o parzialmente resistenti, non procurano danni, anche se entrano a far parte della nostra flora batterica endogena intestinale (cosa che comunque non vorremmo). Ma se veniamo ricoverati, se abbiamo bisogno di cure che riducono le difese immunitarie, di importanti interventi di chirurgia o di trapianti, allora i batteri resistenti diventano un rischio tale da mettere in dubbio, in un futuro non lontano, la stessa possibilità di continuare a eseguire queste procedure così invasive, così moderne ma anche così pericolose sotto certi aspetti”.