Sarà questo l’anno in cui gli attori tradizionali della finanza cominceranno a mettere a frutto la tecnologia blockchain, basata cioè su un registro “bancario” distribuito e sulla crittografia. Gli indizi in tal senso sono evidenti, dopo un 2015 in cui le istituzioni finanziarie hanno preso le misure con il nuovo fenomeno (lo dimostrano i 488 milioni di dollari investiti da Visa, Goldman Sachs, Citi e altri colossi in bitcoin e blockchain).

Un rapporto del Fondo monetario internazionale ha valutato le criptovalute e «le tecnologie sottostanti» (leggi blockchain e simili) con un prudente interesse. L’obiettivo è ora trovare il modo per utilizzare i vantaggi di questo nuovo mondo – soprattutto «per lo sviluppo delle transazioni finanziarie nelle economie meno evolute» -, risolvendone i problemi intrinseci di sicurezza e inaffidabilità. Possiamo considerarlo quasi un manifesto: l’obiettivo è portare l’innovazione della blockchain all’interno delle strutture e delle pratiche dell’industria finanziaria, per sommare i benefici di entrambi i mondi. Da una parte l’economicità e la velocità delle transazioni; dall’altra la sicurezza e la sostenibilità dell’impianto complessivo. Che questo sia l’obiettivo lo dice anche una previsione: entro il 2025 il 10% del Pil mondiale transiterà su una tecnologia tipo blockchain, secondo il 58% degli interpellati in un sondaggio del World Economic Forum.

Ma in che modo transiteranno, tutti questi soldi? È questa la domanda cruciale, che si svelerà nei prossimi anni. Al momento i vantaggi (bassi costi, alta velocità) della blockchain si apprezzano perlopiù su servizi di pagamento e transazione peer-to-peer, soprattutto internazionali. Qui il bitcoin può essere usato dietro le quinte e lo scambio in entrata e uscita è con valuta “normale”, con servizi come Abra, Align Commerce, Circle, Uphold. In particolare quando sono coinvolti utenti in Paesi in via di sviluppo c’è un vantaggio in questo sistema.

Più particolare l’esempio di Chain.com, che supporta lo scambio di asset finanziari (lo fa per alcune telco) ed è stato partner di quello che è finora, probabilmente, il maggiore utilizzo della tecnologia blockchain: Linq. Una piattaforma creata con Nasdaq per il Private Market. A dicembre ha registrato la prima transazione.

Il prossimo passo potrebbe essere un impegno più fattivo e partecipativo dell’industria finanziaria tradizionale, in modo da adattare l’innovazione blockchain alle proprie esigenze (invece di limitarsi a utilizzarla o a investire nelle relative startup, come successo finora). Insomma, le istituti finanziari che prendono le redini dell’innovazione e la conducono su nuovi lidi. È quanto sta esplorando il consorzio R3 Cev, formato da 42 banche (numero in crescita continua), tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo. A metà gennaio ha portato a termine la prima transazione economica, basata su registro distribuito, tra undici banche aderenti.

L’obiettivo è realizzare uno strato tecnologico di base, di tipo blockchain, per l’inter-comunicazione di diversi sistemi finanziari (tra cui Bitcoin, Ethereum e Ripple, basati su diversi algoritmi). L’intervento dei big della finanza è fondamentale, perché si possa realizzare la rivoluzione della blockchain, secondo alcuni esperti, tra cui Massimiliano Sala, docente dell’Università di Trento: «Consideriamo che al momento i nodi attivi nel network Bitcoin sono qualche milione. Ogni dieci minuti si scambiano blocchetti da non più di mezzo Mega per decidere quale di questi attaccare alla blockchain. Ebbene, se le transazioni dovessero raggiungere quelle del circuito Visa, si stima che i blocchi da scambiare ogni dieci minuti dovrebbero avere dimensione di 2 GB. Questo dato ci dice che l’attuale struttura della blockchain non è nemmeno lontanamente adeguata per un utilizzo di massa».

«Difatti la struttura è estremamente rigida – prosegue Sala -. Quindi vedo con favore tentativi di creare delle alternative credibili. A mio parere, un sistema che prenda i lati migliori della blockchain potrebbe essere messo in piedi da grandi organizzazioni con costi accettabili».

I costi maggiori che si possono eliminare con chain alternative gestite, ad esempio, da una federazione di banche, sono due. Quello degli update sostanziali, «che ora si possono realizzare solo con uno spreco di risorse stellare per imporre il consenso al network» e il costo del mining che ora avviene con difficoltà crescente. Ricordiamo come funziona bitcoin: «Ogni secondo, milioni di miliardi di hash sono calcolati dai miner in una gara a trovare il numerello magico. Questo è uno spreco di energia elettrica scandaloso, reso necessario dal fatto che nessun nodo si fida di nessun altro».

«Non è vero quello che dicono i fan dei bitcoin, che l’alternativa è solo tra una banca centrale – che tutto sa e tutto controlla – e un network di nodi anonimi senza leggi e senza fiducia reciproca. Ci può essere una terza via», afferma Sala. E sarebbe appunto quella in cui una federazione di banche crea una chain di pubblica consultazione: «In questo modo si eviterebbe sia il costo crescente del mining sia la dittatura di una superbanca, in quanto ogni banca membro della federazione avrebbe la stessa probabilità di mining delle altre».

Insomma, «replicare pedissequamente la blockchain non ha senso e ha costi esorbitanti, mentre dovremmo creare alternative valide ripensando radicalmente la chain per superarne i limiti e tenendone i pregi principali», conclude Sala. Difficile fare previsioni. Ma è questa la strada che ora stanno valutando le maggiori istituzioni finanziarie. Ed è forse la sola percorribile per portare a tutti l’innovazione nata con la blockchain.