Dammi la tua email e farò di te un elettore. Il mantra della “data-driven-politics”, il business dei Big data applicati alla politica in queste ultime settimane vive un futuro incerto. Geek e spin doctor, infatti, trattengono il fiato in attesa di martedì prossimo, data del primo incontro bilaterale tra Usa e Ue per il rilancio del “safe harbor”. L’accordo che, in passato, ha permesso alle aziende digitali statunitensi di far transitare su server oltreatlantico i dati dei loro utenti europei è andato in frantumi lo scorso ottobre, quando la Corte di giustizia europea ha dato ragione al ricorso avanzato dall’austriaco Max Schrems, preoccupato che il trattamento dei dati che conferiva a Facebook lo rendano soggetto alla sorveglianza del governo Usa svelata da Edward Snowden.
Il cosidetto “Safe harbor 2” che si discuterà settimana prossima sarà un giro di boa importante non solo per giganti come Google, Facebook e Amazon, ma anche per una miriade di aziende come Blue State Digital, NationBuilder e MoveOn che guardano alla politica europea come un redditizio nuovo mercato per gli strumenti e le metodologie sviluppate nelle presidenziali Usa. Oltreoceano, infatti, si conta già una comunità di oltre 340 startup di dati per la politica e più di mille investitori con applicazioni che vanno dalla profilazione degli utenti, al coordinamento dei militanti per aumentare l’affluenza (il cosiddetto “get out the vote”) e alla misurazione dell’impatto delle azioni dei politici stessi.
Alcune aziende Usa hanno già fatto breccia nel Vecchio continente. David Cameron si è avvalso dello stratega Jim Messina, alla guida della campagna di Obama nel 2012, e Francois Hollande ha fatto appello a Blue State Digital, startup con la campagna di Dean del 2004 e divenuta la corazzata digitale dietro la vittoria di Obama nel 2008. Creata da Joe Rospars, l’azienda oggi gestisce anche l’infrastruttura digitale dei Labour inglesi e dei socialdemocratici svedesi. Ma la data-driven politics è sempre meno un terreno di gioco esclusivo degli americani. «Le presidenziali Usa sono un fenomenale acceleratore di innovazioni dove vengono sviluppate sempre nuove tecnologie, ma sono irreplicabili da noi – osserva Marco Cacciotto consulente e docente di marketing politico alla Statale di Milano -, sia per il budget, perché una campagna digitale da 140 milioni di dollari come Obama 2012, è impensabile in Europa e ancor più in Italia, per le regolamentazioni sulla privacy».
Diversamente dagli Stati Uniti dove ormai si parla di “nanoprofilazione” perché si può conoscere con che partito ogni singolo elettore si registra per votare, se va alle urne o meno, ma anche incrociare queste informazioni con quelle dei registri delle carte di credito e altre informazione tipiche del marketing commerciale, da questa parte dell’Atlantico è impossibile arrivare a una granularità così fine del dato. Eppure qualcosa si muove. Lmg, una startup francese fondata da Guillaume Liegey, Arthur Muller e Vincent Pons, tre geek con la passione della politica conosciutisi durante la corsa di Obama nel 2008, ha oggi al suo attivo 340 campagne elettorali in 14 paesi europei dove hanno coinvolto 87mila volontari.
Il loro ultimo strumento, “50+1”, permette di integrare informazioni diversissime, come quelle sugli iscritti a una banca dati come l’anagrafica di un partito, di un movimento o di un gruppo su una rete sociale incrociandole con mappe censuarie ed elettorali per selezionare gli elettori più disponibili a farsi coinvolgere. L’obiettivo dichiarato è arrivare a reclutare fette anche di mezzo milione di elettori, una scala che potrebbe cambiare radicalmente le sorti di partiti come quello socialista o del centrodestra schiacciato dal Front National.
In Italia, Jim Messina, che ha già lavorato alle primarie democratiche per Matteo Renzi, tornerà nei prossimi mesi per preparare il voto del referendum di questo autunno sulla riforma elettorale. «In Italia si possono già fare molte cose – osserva Paolo Zanetto, dello Studio Cattaneo Zanetto, uno dei leader italiani del lobbying e della political intelligence -, sia sul piano dell’individuazione di microtrend che attraversano l’elettorato, sia sul fronte della misurazione analitica dell’attività degli influencer che pesano di più nel policy making». Gli open-data di Senato e Parlamento sono una miniera di informazioni per creare metriche sull’attività parlamentare e legislatitiva di deputati e commissioni come dimostra il lavoro di Open Polis, ma stanno emergendo anche strumenti proprietari. Un esempio è PolicyBrain, il primo tool di policy-intelligence sviluppato da Cattaneo Zanetto per ampliare la sua attività di consulenza.
InPolitix, giovanissima startup milanese, nelle prossime settimane lancerà la sua app e il primo round di fundraising, ma l’Italia è ancora una prateria da conquistare per l’uso dei Big data da parte dei partiti politici. «Bisogna adattare le tecniche americane, ma i dati si possono usare come ha dimostrato, in piccolo, l’esperienza di Civati con la profilazione di 50mila utenti che hanno poi sostenuto la sua mozione – osserva Federico Dolce del comitato organizzativo di Possibile -, ma manca un attore che abbia sia fondi che volontà di innovare». «Il Movimento 5 Stelle utilizza Meetup, uno strumento introdotto da Dean nel 2004 che ha qualche decina di migliaia di utenti certificati, mentre MoveOn, oltreoceano ne aveva sei milioni – sottolinea Cacciotto -. Ma il Pd, che con le primarie avrebbe quattro milioni di profili noti, non sembra molto interessato ai dati». La prova del referendum potrebbe essere l’occasione giusta.