Qualche sospiro in più sarà rivolto alla Luna, in questi ultimi giorni di marzo. È il rimpianto di chi avrebbe potuto portare un robot sul satellite della Terra e vincere 30 milioni di dollari. Proprio a fine mese scadeva il termine del Google Lunar XPrize, lanciato del 2007. Dopo dieci anni di competizione, XPrize Foundation ha consultato i cinque team in gara e ha annunciato che nessuno ce la farà.  Competizione annullata. L’obiettivo, d’altra parte, era ambizioso: far atterrare e viaggiare sulla superficie della Luna un robot in grado di mandare sulla Terra fotografie e altri dati. Nessuno è riuscito nell’impresa e per ora la milionaria fondazione americana getta la spugna, senza perdere la speranza di rilanciare la sfida, magari con un altro sponsor. Una scelta a ragion veduta e presa a tavolino. L’esito fu decisamente più rocambolesco per un’altra competizione storica, The Rainhill Trials, organizzata nel 1829 dall’esordiente Liverpool and Manchester Railway per scegliere le locomotive migliori a trainare i vagoni. Per quei tempi sembrava la Luna riuscire a percorrere un intero miglio su rotaia con i nuovi prototipi a motore. Durante i giorni di gara nel Lancashire, ne successero di tutti i colori tra incidenti e rotture meccaniche. Tra i cinque team  solo Rocket di George e Robert Stephenson arrivò al traguardo, incassò 550 sterline e divenne il fornitore delle nascenti ferrovie.

Oggi come allora i challenge prize trovano (o cercano) soluzioni a problemi concreti e alzano un po’ l’asticella della sfida umana. Che sia una sfida tecnologica, come il viaggio sulla Luna e o su rotaia. Che siano nuovi strumenti come il cronometro per calcolare la longitudine in mare, messo a punto grazie a un challenge lanciato dal governo inglese nell’700, dopo migliaia di morti in incidenti marittimi. O, infine, che siano nuove emergenze della medicina, come la resistenza agli antibiotici.

Dall’esordio nella Spagna di Filippo II, nel 1567,  i challenge prize hanno attraversato i secoli fino a vivere una vera e propria rinascita negli ultimi 10 anni. Mentre nei premi tradizionali si riconosce ex post un merito per una scoperta o una invenzione, nei challenge prize la logica è capovolta: si lancia una sfida per trovare una soluzione innovativa a un problema. Così sono nati, per esempio, la margarina (per portare alle truppe un sostituto del deperibile burro), le palle da bigliardo o il confezionamento dei cibi. Ma oltre al beneficio diretto e tangibile, ce ne sono altri. «Prima di tutto l’aumento della consapevolezza, nell’opinione pubblica, attorno a un tema. Noi quando abbiamo rilanciato il Longitude Prize, poi dedicato alla resistenza agli antibiotici abbiamo invitato le persone a scegliere, attraverso Bbc e social network, quale fosse la sfida più importante da cogliere – spiega Marco Zappalorto, chief executive di Nesta Italia e co-fondatore del Challenge Prize Centre della fondazione inglese – Ebbene in seguito al lancio del premio, almeno il 40% degli inglese si è chiesto se sia sempre opportuno oppure no assumere gli antibiotici». Un aspetto non da poco, in termini di responsabilità rispetto agli orientamenti dell’opinione pubblica, soprattutto per i premi più importanti attorno ai quali ruotano sponsorizzazioni milionarie. Come quelli di XPrize, assegnati dall’omonima fondazione americana, sponsorizzata da ricchi filantropi e imprenditori. A guardare il loro portafoglio i premi, molto visionari e suggestivi, sembrano dettare l’agenda dello sviluppo mondiale, alla pari delle grandi fondazione filantropiche, come la Gates Foundation.

«Con i challenge le persone vengono stimolate a a collaborare per risolvere un problema specifico in un’ottica di open innovation, con l’idea di coinvolgere anche soggetti nuovi e diversi, che non necessariamente fanno parte del mondo dell’innovazione e  della ricerca –  spiega Zappalorto – Noi stessi, a Nesta, non lanciamo challenge da soli ma con partnership esterne e facciamo da intermediari e da facilitatori per mettere assieme le competenze e gli esperti in un determinato campo. Considerando che ogni challenge è unico, è un prodotto artigianale.E che può anche eventualmente fallire».
Ma non raggiungere l’obiettivo non è di per sè  negativo: annunciando la chiusura del Google Lunar XPrize senza alcun vincitore, gli organizzatori hanno enumerato molte ricadute positive, come una raccolta di fondi da 300 milioni di dollari, la creazione delle prime società spaziali commerciali in India, Malesia, Israele e Ungheria, il primo via libera da parte del Governo americano a mandare un’astronave privata nell’orbita terrestre e sulla Luna, il coinvolgimento di centinaia di migliaia di giovani, diffondendo l’interesse per le Stem. 

«I challenge prize stimolano tutto quanto l’ecosistema dell’innovazione. È successo con il Google Lunar XPrize. Sta succedendo in questi mesi in Tanzania, dove è in fase di test il Global Learning Prize, che nei villaggi sta creando eccellenze nei sistemi di apprendimento. Talvolta nascono nuovi mercato o si trasformano come nel caso della blue economy in Australia, che sta rendendo sostenibile l’industria legata allo sfruttamento delle risorse dell’oceano» ha raccontato Paul Bunje, chief scientist di XPrize a Milano, dove ha partecipato al «Challenges of our era summit» in cui Nesta, in partnership con Undp, ha lanciato le nuove sfide per il 2018, ovvero «Nutrire un pianeta sovraffollato» (uso sostenibile del suolo, nuove forme di nutrizione, catena del cibo sostenibile), «Disuguaglianze dei sistemi sanitari» (infezioni postoperatorie, cure anestetiche sicure, banche del sangue e trasfusioni), «Data for good» (utilizzo dei dati a fini sociali, inclusione finanziaria, strumenti decisionali trasparenti per il miglioramento delle amministrazioni).

Ai challenge prize guardano con interesse anche i Governi. L’amministrazione Obama ha voluto qualche anno fa Challenge.gov, una piattaforma da cui le varie agenzie federali lanciano le loro sfide tecnologiche o di ricerca. Di fatto questo sistema diventa uno strumento di public procurement. La Commissione europea ha stanziato invece per i prossimi tre anni 40 milioni di euro destinati agli Horizon Prizes. Gli ambiti di ricerca ricalcano quelli del programma europeo Horizon 2020 e vanno dalle applicazioni in ambito sociale della blockchain alle batterie per i veicoli elettrici,  da un sistema di previsione delle epidemie a  soluzioni lowcost per il lancio di piccoli satelliti.

Al 2020 sono chiamate a guardare anche le 29 startup di innovazione sociale che hanno vinto i challenge prize, i grant e le competizioni messe in campo dall’Expo di Dubai. Nella città degli Emirati esporranno le loro soluzioni focalizzate su tre temi: opportunità, mobilità sostenibilità. Dubai non sarà la Luna ma i 100 milioni di  dollari di Expo Live hanno fatto sognare.