Un ruolo decisivo nella sfida che pongono le aree interne sta nella capacità di creare economie inclusive attraverso l’uso di competenze e infrastrutture tecnologiche. Leggendo i dati dell’Ocse possiamo osservare come l’aumento di produttività connesso alla quarta rivoluzione industriale sia quasi irrilevante se paragonato alle tre precedenti (acqua e vapore per meccanizzare la produzione, elettricità e tecnologia dell’informazione). Questo gap produttivo nasce perché il digitale richiede un processo di re-engineering del modo di lavorare e di concepire le relazioni. Se gli agenti non sono motivati e abilitati alla condivisione difficilmente la tecnologia sarà in grado di creare valore: «La produttività di una organizzazione, dipende dalla cooperazione tra i lavoratori» (Katz e Rosenberg). Queste motivazioni e questa cultura del cooperare sono invece presenti in dosi massicce in quei territori, popolati da quasi 14 milioni di persone, in cui l’isolamento o l’abbandono hanno reso scarse e perciò preziose le relazioni. L’esito di questa alchimia fra dimensione comunitaria e tecnologica potrebbe essere la formula di un nuovo sviluppo, spinto dal desiderio di cambiamento di quei giovani che in questi anni hanno dis-abitato i luoghi “non urbani”. In soli quattro anni la popolazione giovanile dell’Italia è diminuita di 250mila unità (l’1,6%) e 180mila di questi sono giovani usciti dalla aree interne: una perdita di risorse che ha interessato l’80% dei comuni «interni», salendo al 90-95% di quelli meridionali.

Per superare questo trend un ruolo imprescindibile è rappresentato dall’accesso diffuso a internet (digital divide), precondizione per poter trasformare i processi di produzione, distribuzione, di organizzazione del lavoro nelle aree interne. Un segno di queste innovazioni è osservabile nella crescente diffusione delle wireless community e delle monete complementari. Gallianetwork è un’associazione nata da alcuni giovani della Valsugana che hanno messo le proprie competenze di informatici al servizio della comunità, costruendo una rete wifi capace di connettere oltre cento famiglie e permettere loro di accedere a siti web, posta elettronica e cloud. Fra le monete complementari l’esperienza di Sardex (a cui aderiscono oltre 3mila imprese per un volume di oltre 50 milioni di euro) è certamente la più felice, a tal punto che si è diffusa ben oltre il territorio della Sardegna. Il successo di questo strumento ha dimostrato come la demonetizzazione degli scambi sia un strumento efficace e virtuoso per incentivare la condivisione delle risorse e valorizzare le economie di luogo, a tal punto che alcuni comuni della Locride, aderenti alla Rete dei comuni solidali, hanno deciso di trasformare la “paghetta giornaliera” che viene data ai rifugiati, facendola tornare ai commercianti delle zona sotto forma di banconote colorate: un esempio virtuoso di politiche keynesiane capace di produrre valore per i territori. Ma la tecnologia legata ai luoghi va ben oltre l’hardware, ed è in grado di ridefinire intorno al digitale o all’infosfera, come direbbe Alex Giordano pioniere dell’esperienza Rural Hub in Campania, la value chain delle filiere produttive.

L’azione di disintermediazione fra il consumatore e il produttore combinata con la possibilità di attrarre competenze attraverso le piattaforme peer to peer è in grado di generare nuove economie coesive in cui i “giovani ritornanti” conversando con i “nativi”, diventano protagonisti di una nuova imprenditorialità che scommette su un concetto più ampio di qualità (sociale-economica –ambientale) nei settori dell’agrifood, della cultura e del turismo esperienziale (le esperienze di Vazapp in Puglia e Destinazione Umana in Emilia sono emblematiche). Assumere la tecnologia in una prospettiva di sviluppo inclusivo,permette di trasformare i social network in un veicolo per valorizzare la tradizione popolare e l’ecommerce in una strategia di distribuzione a basso costo e alto impatto sociale capace di dare un mercato alle piccole produzioni di qualità, senza piegarsi alle condizioni dei grandi monopolisti. Sono nuovi percorsi di sviluppo place based quelli che le aree interne ci offrono: economie capaci di legare il valore prodotto al territorio e di incentivare le persone a ridefinire il proprio progetto di vita: «Se un soggetto si trova nel posto sbagliato rispetto alle sue caratteristiche – dice infatti Giacomo Becattini nel suo ultimo libro La coscienza dei luoghi – la soddisfazione che trarrà dal lavoro e dal consumo sarà inferiore alla massima che potrebbe conseguire in altri, più idonei, luoghi».