Ce n’è per tutta l’industria italiana: ciò che è considerato rifiuto di un settore può diventare materia prima e pure di valore per un altro. Facciamo l’esempio del lattiero-caseario: siero e scotta di caseificazione sono scarti pure costosi da smaltire e i centri di ricerca non si lasciano sfuggire l’opportunità di estrarne molteplici sostanze come proteine, amminoacidi e zuccheri non solo per usarli in applicazioni zootecniche, per produrre mangimi per animali, o per la produzione di energia, sotto forma di biogas. Ora, infatti, si va oltre e li si trasforma in sostanze di elevato valore biologico.

E ancora: flavonoidi, polifenoli, pectine e fibre possono essere recuperati da vinaccia o scarti della lavorazione di agrumi e impiegati in settori ad alto valore aggiunto come quello della nutraceutica e della cosmesi.

“Nei nostri laboratori – spiega Daniele Pizzichini del laboratorio Bioprodotti e bioprocessi di Enea – stiamo aprendo nuovi percorsi di sviluppo che passano in molti casi proprio dal recupero e dalla valorizzazione di sottoprodotti o, in alcuni casi, da veri e propri scarti di produzione”. Ed è qui che si usano processi di filtrazione a membrana, estrazioni con fluidi supercritici che possono essere anche adattati nel settore tessile –  altra specializzazione di Enea – per l’ottenimento di reagenti naturali e non di sintesi per il trattamento dei tessuti.

Il progetto europeo Noshan – che in Italia ha visto impegnata l’Università di Parma – ha puntato a indagare le tecnologie e i processi a basso consumo energetico finalizzati a trasformare scarti organici — in particolare frutta, verdura e latticini — in mangimi animali.

È così disponibile una banca dati con i potenziali migliori ingredienti dei mangimi ottenuti da scarti agro alimentari (barbabietola, colza, olio di oliva…) e con l’individuazione delle tecnologie migliori, dal punto di vista tecnico, economico e della sicurezza. Riflessioni a latere del progetto sono che “il recupero/riutilizzo, per essere economicamente sostenibile, deve prima di tutto prevedere un multi-utilizzo a cascata dello scarto – riassume Stefano Sforza, del dipartimento di Food Science dell’Università di Parma -. Non ha senso pensare di utilizzare uno scarto per fare un prodotto solo, perché l’efficienza del riutilizzo sarà comunque bassa, e i costi supereranno sempre i benefici, rendendo il prodotto finale antieconomico per chi lo produce. Occorre pensare a una cascata in cui dallo scarto si estraggono prima i composti ad alto valore aggiunto (utilizzabili per esempio dall’industria cosmetica o farmaceutica) poi quelli a valore aggiunto più ridotto (ingredienti alimentari), quindi il residuo può essere utilizzato come mangime o fertilizzante, se adeguato, oppure per la produzione di biogas.

Luoghi deputati a questo genere di operazione sono le moderne bioraffinerie. Il problema è che gli scarti alimentari sono” enormemente diversificati – fa notare Sforza -, quindi occorre uno sviluppo tecnologico e di ricerca nuovo per essere in grado di mettere in piedi questi processi in maniera generalizzata e occorrono nuove tecnologie, nuovi processi e nuova conoscenza, ed è ciò su cui tutti stiamo lavorando oggi”.

È vero: c’è fermento nei laboratori. All’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr che collabora con il Dipartimento di scienze agrarie, forestali e alimentari dell’Università di Torino è stato dimostrato come sia possibile utilizzare, a differenti concentrazioni, i sottoprodotti del pomodoro in mangimi per l’alimentazione del coniglio da carne, il cui allevamento rappresenta un’importante voce zootecnica nel bacino mediterraneo. Il chilometro zero della sperimentazione lo si ritrova anche alla voce “buccia d’arancia”, che guarda caso può anche trasformarsi in stoffa, il progetto tutto italiano di Orange Fiber lo dimostra, o in carta come da alcuni anni propone la cartiera Favini.

Dalla pectina estratta proprio dagli agrumi, poi il Dipartimento bio agroalimentare (Disba) del Cnr ha trovato il modo di mettere a punto innovativi film edibili, composti da pectina e oli essenziali ricavati dagli scarti della lavorazione degli agrumi e da chitosano ottenuto dal guscio dei gamberetti prodotti in allevamento.

“Dalla lavorazione dei semi di uva, dal pomodoro, dalla zucca e dai fondi di caffè attraverso diverse combinazioni chimiche ecosostenibili in via di perfezionamento è possibile produrre olii vegetali potenzialmente utilizzabili dall’industria – spiega Nicoletta Ravasio dell’Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm) del Cnr dove i ricercatori hanno messo a punto un processo di trasformazione del lattosio in zuccheri semplici, sorbitolo e dulcitolo, per la produzione industriale di dolcificanti ipocalorici.

Si riconfermano buone le tradizioni di quando in casa si usavano i fondi del caffè come fertilizzante o detergente. La tecnologia però le supera e le ottimizza. Presso l’Università di Udine gli scarti del caffè sono diventati pellet e nei laboratori di Genova dell’Istituto italiano di tecnologia si inizia a produrre bioplastica (assieme a prezzemolo e cannella i fondi sono trattati con solventi che evaporano producendo polimeri biocompatibili) o spugne in grado di assorbire piombo e mercurio dispersi in acqua. La ricetta sviluppata in laboratorio prevede che la polvere di vecchi fondi di caffè essiccati sia miscelata con silicone e zucchero. Da qui una reazione che crea la spugna assorbente.

È ben chiaro che anche il compost prodotto con la trasformazione dell’organico generato in casa ha un “valore” che – calcola Claudia Brunori, che in Enea è responsabile della Divisione uso efficiente delle risorse e chiusura dei cicli del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali – può essere quantificato sia in termini di risparmio nelle spese di smaltimento della frazione organica (si stima che ogni tonnellata di frazione organica che finisce in discarica abbia un costo di circa 200 euro per la comunità, che corrisponde a circa il 50% delle spese totali sostenute per la gestione dei rifiuti), sia in termini di guadagno potenziale derivante dalla commercializzazione del compost: circa 20€/ton per prodotti grossolani e circa 3€ per Kg per prodotti commerciali venduti al minuto”.