Il crowdfunding è una delle idee più geniali degli ultimi anni. Una raccolta fondi decisamente social, a portata di click, che giorno dopo giorno sta consegnando alle cronache numerosi esempi di successo. In Italia il Festival del Giornalismo di Perugia è vivo grazie al crowdfunding. Qualche migliaio di chilometri più a nord, in Finlandia, quelli di Jolla hanno progettato un tablet raccogliendo un milione e mezzo di dollari in pochi giorni (ne servivano 360mila per dare il via al progetto). E casi del genere ce ne sono a iosa. Il crowdfunding funziona. Funziona la sua capacità di scatenare quel meccanismo psicologico che fa sentire il donatore parte integrante del progetto. Eppure, come ogni favola, c’è un lato oscuro, quello cattivo. Perché il fenomeno non è certo al riparo dal rischio truffe. Fra gli esempi più lampanti, la storia di Erik Chevalier, giovane americano che per la progettazione di un gioco da tavola aveva bisogno di 122mila dollari. Ne raccolse 92mila e scappò col bottino.
I furbetti, dunque, esistono. Ed essendo materia nuova, la giurisprudenza settoriale sta lavorando sodo.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Roberto Culicchi, head di Equity Capital Market in Italia, che ha cercato di chiarire i nostri dubbi.

Il crowdfunding è sicuramente una delle mode del momento. E sembra funzionare alla grande. Tuttavia esistono dei rischi. Quali sono quelli più ricorrenti?

«Il rischio è innanzitutto in funzione delle diverse tipologie di crowdfunding. Nell’equity-based crowdfunding ad esempio, il rischio principale è ovviamente rappresentato dall’investimento di capitali in società quali le startup innovative che per definizione si caratterizzano per le basse probabilità di successo imprenditoriale. In generale, un primo tipo di rischio è rappresentato dal fatto che il crowdfunding è spesso interpretato come una risposta alla crisi economica e finanziaria. E’ infatti diffusa l’opinione che il crowdfunding possa fungere da canale di finanziamento alternativo al tradizionale canale bancario; tale convinzione si accompagna spesso ad una visione “miracolistica” del crowdfunding, percepito come panacea in grado di risolvere i problemi strutturali di approvvigionamento tipici del sistema industriale italiano. L’esperienza pratica dimostra invece come in realtà proprio nei Paesi dove le tradizionali fonti di finanziamento funzionano il crowdfunding ha le maggiori possibilità di affermarsi».

Quindi è meglio non entusiasmarsi troppo?

«Esattamente. Non è sufficiente avere una buona idea per accedere al crowdfunding così come non tutti i buoni progetti possono essere finanziati tramite il crowdfunding»

Se dovessimo indicare un requisito fondamentale per un progetto che voglia accedere al crowdfunding?

«Direi la capacità dello stesso di far comprendere il messaggio veicolato. Non va mai dimenticato che l’investimento nel crowdfunding è caratterizzato da una forte componente emotiva e psicologica (condivisione del progetto e conseguente partecipazione attiva, diretta o indiretta, del finanziatore). “Crowdfunding” è un termine complesso, composto di due parole, crowd e funding: un’eccessiva concentrazione sul funding può avere come conseguenza il risultato di trascurare le dinamiche connesse alla folla (crowd), ma – come è stato osservato da alcuni – senza crowd non c’è funding!».

Cosa succede se l’obiettivo di budget non viene raggiunto? La restituzione del danaro agli utenti è automatica da parte delle piattaforme? Come?

«Occorre innanzitutto sottolineare che all’interno delle varie tipologie di crowdfunding esistono due diversi modelli di raccolta. C’è il modello “all or nothing”, che si caratterizza per il fatto che la somma target deve essere raggiunta entro un arco temporale determinato, così che se la somma target non viene raggiunta il finanziamento si considera fallito, le transazioni non vengono effettuate e il denaro resterà o verrà ritrasferito sul conto corrente dei donatori. Alcune piattaforme prevedono che le somme versate relative ad un progetto che non riesca a raggiungere l’obbiettivo di finanziamento prefissato possano essere trasferite in un altro conto gestito dalla piattaforma e possano essere riallocate ad un altro progetto. La metodologia “tutto o niente” è quella oggigiorno più diffusa, un noto esempio di questo modello è rappresentato da Kickstarter, forse la piattaforma di crowdfunding più famosa al mondo, in Italia utilizza ad esempio questo modello Eppela, una delle più affermate piattaforme di reward-based crowdfunding».

Ma il pagamento non è immediato, per chi dona?

«In genere, nel contesto di una campagna “all or nothing” il pagamento di ogni donazione viene autorizzato sul conto del donatore solo al termine della campagna, nel caso in cui sia stato raggiunto o superato l’obiettivo economico. In questo caso viene effettuata la transazione che accredita il contributo sul conto dell’autore del progetto. Solo in quel momento la piattaforma trattiene la sua commissione. Nel caso in cui l’obiettivo non venga raggiunto, l’autorizzazione al pagamento viene annullata e le donazioni restano dunque sul conto dei sostenitori senza che sia trattenuta alcuna commissione da parte della piattaforma».

E negli altri casi?

«Nel modello “prendi tutto” (“take it all”) invece il finanziamento viene erogato al progetto indipendentemente dal fatto che esso raggiunga la somma target nel periodo di tempo fissato. L’esempio più famoso al mondo di piattaforma operante tramite il modello “prendi tutto” è sicuramente rappresentato da Indiegogo. Nel contesto di una campagna “keep it all” tutte le donazioni effettuate vengono accreditate istantaneamente sul conto dell’autore del progetto e nello stesso momento la piattaforma trattiene la sua commissione. Al termine della campagna, anche se l’obiettivo economico non è stato raggiunto, i contributi economici restano all’autore che si impegna a realizzare il progetto, o una sua parte, e ad inviare le ricompense promesse”.

Esistono casi appurati di frodi vere e proprie avvenute attraverso il crowdfunding?

«In Italia non si sono ad oggi registrati casi conclamati di vere e proprie truffe attraverso il crowdfunding, ma anche in giurisdizioni quali ad esempio gli Stati Uniti, dove il fenomeno del crowdfunding registra numeri da fenomeno di massa, gli episodi di frodi e truffe sono limitati (forse il più importante caso di frode è quello di Asylum Playing Cards, progetto destinato alla creazione di un gioco da tavola a tema horror che ha raccolto più di 25mila dollari e i cui finanziatori non hanno mai ricevuto alcuna ricompensa)».

Dal punto di vista normativo, in Italia, come siamo messi?

«In Italia la Consob nel proprio regolamento disciplinante l’equity-based crowdfunding ha posto degli importanti presidi a tutela degli investitori per prevenire episodi di frode o truffa. Più in generale va comunque osservato che la fiducia è l’elemento base su cui si fonda lo strumento del crowdfunding ed è anche quello che permette in larga misura a questo ambiente di autoregolarsi. Il crowdfunding, avendo luogo in un ambiente web, genera una preoccupazione prevedibile: la possibilità di frodi. Ma non dimentichiamo che il crowdfunding è facilitato da strumenti “social”: la natura trasparente e pubblica di essi dovrebbe aiutare a identificare e prevenire comportamenti distorti. Probabilmente, la trasparenza avrà un grande impatto nell’identificare frodi, e l’utilizzo di componenti sociali e pubblici in una campagna di crowdfunding può fornire un elevato livello di protezione in quello che è essenzialmente un ambiente che si auto-regola e auto-monitora per sua stessa natura».