Con le loro mani i ragazzi fanno piccoli oggetti in ceramica, una mamma cuce il tessuto, i volontari aiutano nel confezionamento. E le bomboniere dell’associazione Il Piccolo Principe di Ancona viaggiano in tutta Italia, sostenendo così la piccola onlus. «Quando sono stato assunto nel 2014 c’era solo un blog su WordPress – spiega Stefano Piardi, fundraiser dell’associazione – Poi ci siamo dotati di un sito e grazie alla collaborazione con Techsoup ci siamo iscritti al programma Google for non profit». Hanno beneficiato dei 10mila euro di inserzioni pubblicitarie online di AdGrants. E così – con 188mila accessi al sito dal 2014 – le bomboniere arrivano sui banchetti di nozze, cresime e battesimi, sostenendo – sottoforma di donazioni – le attività a favore dei disabili e delle loro famiglie. Non solo: la campagna con AdGrants ha conquistato donatori anche per altre occasioni come il 5 per mille, ha accresciuto la visibilità della onlus e stimolato nuove idee nell’associazione.

Come Gli amici del Piccolo Principe, la maggior parte delle organizzazioni non profit (onp) in Italia sono di piccole dimensioni. E, impegnate come sono nelle loro attività, spesso la voglia di innovare è affidata più alla buona volontà dei singoli che a una scelta condivisa. Considerando un universo privilegiato cioè quelle hanno una maggiore visibilità – le prime 500 onlus beneficiarie del 5 per mille – una ricerca condotta da Search On Media Group e Web Marketing Festival rileva aspetti interessanti. Tutte hanno un sito web e il 77,2% ha almeno un account su social network linkato dalla home. Primeggiano Facebook (74,8%) e Twitter (56,4%) , seguito da Instagram (21,8%). Nella top ten è buona anche la presenza di Linkedin (che arriva al 30%). Appena 13 onp su cento hanno un sito web sicuro, 61 hanno una versione fruibile da mobile e 38 soddisfano standard minimi di accessibilità per un ipovedente. La situazione peggiora se il focus si restringe alle associazioni di volontariato, come ben si nota dalle grafiche accanto. «Nonostante gli enti del terzo settore abbiano fatto tantissimi passi in avanti sul digitale, ciò non è ancora sufficiente – spiega Cosmano Lombardo, ceo di Search On Media Group,- il digitale dovrebbe essere sfruttato non solo per migliorare processi esistenti, ma per contribuire alla trasformazione delle organizzazioni».

Oltre a garantire visibilità il digitale è una leva fondamentale per la raccolta fondi, per raccontarsi al meglio e rimanere in contatto con la propria community (donatori, volontari, operatori, partner di progetto). E per le onp più avanzate significa co-costruire servizi, dal welfare alla sharing economy. A fare ben sperare arriva la riforma del terzo settore approvata nei mesi scorsi. «L’istituzione di un registro unico per tutte le organizzazioni, accessibile a tutti “in modalità telematica” (come recita il Codice ndr.) avrà certamente una ricaduta positiva sul lato web. Le onp dovranno mettere a disposizione i propri dati e informazioni e questo sarà uno stimolo a presidiare il web in modo continuo» spiega Valeria Vitali, co-fondatrice di Rete del Dono, piattaforma di crowdfunding per il non profit. Un saggio dell’utilità dei dati accessibili si può vedere sul sito www.open-cooperazione.it. Il progetto mappa 200 organizzazioni non governative e da pochi giorni anche le aziende attive nella cooperazione. «Prima ciascuna ong rendeva pubblici i dati che voleva – spiega Elias Gerovasi, coordinatore del progetto – Ora con standard comuni è possibile fare confronti, elaborare analisi aggregate, studiare le tendenze. E questo diventa importante per l’accountability». Gli open data del non profit sarebbero utili per accrescere la reputazione. Ma anche come strumento per progettare gli interventi, come già accade su piattaforme internazionali come Humanitarian Data Exchange.

«Con l’istituzione del registro unico l’obiettivo trasparenza è stato raggiunto – spiega Roberto Randazzo, docente di social innovation al Politecnico di Milano – Resta più incertezza sull’equity crowdfunding dove chi investirà nelle imprese sociali avrà la possibilità di portare in deduzione o in detrazione del 30% sulle somme investite (entro limiti prefissati ndr.) Il dubbio è se questo meccanismo, per le imprese sociali costituite in forma societaria, assieme alla possibilità di distribuzione degli utili fino al 50% l’anno, sia ritenuto allettante per gli investitori, considerata l’entità del vantaggio economico derivante dall’investimento e se rappresenterà un meccanismo attraente per quegli investitori che possono davvero scalare i progetti».

Se l’interesse da parte di investitori forti è ancora da verificare sul mercato, sembrano invece positivi i segnali da parte dei piccoli. «Quando ci sono progetti sociali solidi l’investitore ha un occhio di attenzione particolare – spiega Tommaso Baldissera, ceo di Crowdfundme, piattaforma di equity crowdfunding – Soprattutto l’ambito green in questo momento va per la maggiore». Baldissera racconta -ad esempio – di Glass to Power, spinoff dell’Università di Milano Bicocca che produce finestra trasparenti che funzionano da pannelli fotovoltaici. In dieci giorni ha raccolto 183mila euro in equity da 54 investitori.

La riforma del terzo settore incentiva anche il social lending, il prestito di denaro a fini sociali, grazie a una imposta sostitutiva del 12,5% sugli interessi percepiti. «Nella nostra esperienza, l’incentivo per prestare risorse a tasso zero – spiega Marco Morganti, amministratore delegato di Banca Prossima che ha creato Terzo Valore, piattaforma di social lending rivolta al terzo settore – è il progetto stesso, che piace ed è valido. Non mi aspetto che chi presta lo faccia per le agevolazioni fiscali introdotte dalla riforma, ma questa può comunque servire ad innalzare l’attenzione degli investitori comuni che non vogliano assumersi un rischio». Dal 2011 circa 9,1 milioni di euro sono stati raccolti con PrestoBene (prestito sociale), 1,6 attraverso il dono e 3,3 raccolti a tasso zero da 858 prestatori; la quota restate sono crediti erogati da Banca Prossima. In tutto sono stati pubblicati un centinaio di progetti. «Avrei voluto raccontarne 5mila – dice amareggiato Morganti – ma le organizzazioni non profit fanno fatica, rispetto al credito, a lasciare la via vecchia per quella nuova».