A settembre hanno provato a intimorirli, con un attentato incendiario all’azienda agricola di San Vito dei Normanni. Ma loro sono andati avanti.  «Riconvertire un’azienda illegale che riciclava denaro sporco in un’attività ecologica e sociale può essere un esempio, modello di sviluppo locale» spiega Roberto Covolo, project manager di ExFadda, che sta curando il progetto agricolo XFarm.  «Evidentemente a qualcuno non piace il nostro messaggio». Nonostante il grave episodio sono riusciti a fare la prima raccolta di olive e a produrre l’olio, che con l’etichetta Manifesto viene venduto direttamente, «così evitiamo le logiche al ribasso della grande distribuzione e diamo valore alla parte bassa della filiera» aggiunge Covolo. Da cinque anni ExFadda  gestisce un ex stabilimento enologico, trasformato in un luogo di innovazione sociale e culturale. L’anno scorso si è aggiudicata  50  ettari di terreno confiscati alla criminalità. Lì si coltiverà anche vite. Per ora a XFarm ci lavora una persona con ritardo mentale, si sta inserendo un detenuto in affidamento. Ed è stata avviata una  collaborazione con un centro di salute mentale. Ma il valore sociale non sta solo nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. «Coinvolgeremo la comunità locale per gestire gli orti  condivisi, costituiremo un gruppo di acquisto solidale e vogliamo incentivare il turismo esperienziale, dalle degustazioni di olio al soggiorno, con  l’idea per esempio di fare un bed & breakfast sugli alberi», aggiunge Covolo.
L’esperienza di XFarm anima un settore, quello dell’agricoltura sociale, che è emergente. E che di recente ha avuto il  riconoscimento sia con una legge ad hoc (141/2015), sia con  l’inserimento nell’elenco delle attività di interesse generale individuate dalla recente riforma del Terzo settore. Attiva da decenni per l’inclusione lavorativa di persone disabili o comunque svantaggiate, l’agricoltura sociale ora si innova, cogliendo l’occasione di un mercato in evoluzione. «Di fronte a una richiesta crescente di un prodotto locale di qualità  e con impatto sociale positivo, abbiamo compreso che solo strutturandoci avremmo potuto rispondere adeguatamente. La rete nazionale che abbiamo costituito consente  di programmare la  produzione, rispondere a ordini consistenti che ormai arrivano anche da parte della grande distribuzione organizzata. E così facendo sostenere l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate in modo stabile e duraturo e quindi reinvestire i ricavi nelle attività educative delle singole realtà» racconta  Salvatore Stingo, presidente di Agricore, il contratto di rete nazionale di agricoltura sociale, sottoscritto da cinque cooperative e tre consorzi di cooperative sociali, che rappresenta oltre 200 lavoratori. Gestisce otto  punti vendita di prodotti di agricoltura sociale, sei punti ristorazione (fattorie didattiche, agriturismi, ristoranti) e tre impianti di trasformazione. I prodotti vengono commercializzati come Agrisocial, marchio che vuole rendere riconoscibile i prodotti di agricoltura sociale.  Aderiscono al contratto la cooperativa Agricoltura Capodarco (Lazio), i consorzi Nuova Cooperazione Organizzata  e Core in Campania, le cooperative Biplano  e   Il Sentiero in Lombardia, la coop I Berici in Veneto, la coop Esserci Tutti (Calabria), il consorzio La Città Essenziale in Basilicata. Attraverso la coltivazione e la trasformazione dei prodotti agroalimentari le coop finanziano l’assistenza sanitaria ed educativa per persone disabili o che hanno storie difficili fornendo loro un lavoro, case in cui vivere, aiutandoli nel quotidiano. Nel 2016 il progetto è stato tra i vincitori del bando UniCredit Carta E che prevedeva un contributo per realizzare un progetto capace di combattere la disoccupazione giovanile e un periodo di incubazione a cura di Make a Cube3.
Il progetto di Agricore non nasce dal nulla ma poggia su esperienze storiche, come quella del consorzio Nuova Cooperazione Organizzata (Nco), la risposta civile di un territorio alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nco – che include 16 imprese, tra cui cooperative sociali, imprese che hanno denunciato il racket, associazioni e il Comitato Don Peppe Diana – ha costruito, sui beni confiscati, un modello innovativo di welfare che rigenera i territori e attraverso strumenti come il budget di salute crea percorsi lavorativi per persone in difficoltà.
Solitamente la distribuzione dell’agricoltura sociale si basa su punti vendita diretti o mercati rionale. Una caratteristica che rappresenta un limite se si vuole scalare.

Per questo è nata Local To You, piattaforma di ecommerce che  agevola l’ingresso sul mercato dei prodotti di agricoltura sociale. «La nostra filosofia si basa comunque sulla filiera corta, con l’incontro diretto tra il prodotto e il consumatore» spiega Benedetto Linguerri, fondatore dell’azienda  nata nel 2016 da alcune cooperative sociali del territorio bolognese che da tempo si impegnavano in agricoltura sociale. «A un certo punto ci siamo resi conto che senza una visione imprenditoriale coraggiosa si rischiava di tarpare le ali a queste attività. A maggior ragione considerando la possibilità di dare  alle persone un progetto di qualità di inserimento lavorativo che possa essere duraturo nel tempo» aggiunge Linguerri, un passato nella finanza e in HFarm prima di tornare a Bologna.  Il progetto –  che l’anno scorso ha fatturato mezzo milione di euro – riunisce una ventina di fornitori, anche fuori regione (Calabria e Sicilia). La distribuzione a privati, ristoranti, aziende sarà estesa a tutta l’Emilia Romagna quest’anno e in futuro si valuterà la scala nazionale.