Tra qualche settimana al 31° piano della torre di Intesa Sanpaolo che domina Torino il team dell’Innovation center si riunirà attorno a Pepper, il simpatico robot umanoide di Softbank diventato la mascotte del centro: ricercatori, psicologi, banchieri, esperti di intelligenza artificiale e di regolamentazione si troveranno fianco a fianco per capire come si possa interagire con un automa mettendosi dal punto di vista dell’utente. Da qui si partirà per capire come potrebbe essere utilizzato un domani. Intanto lo stesso Pepper è già stato integrato da Mastercard all’interno del suo nuovo sistema di pagamento Masterpass: al Pizza Hut di Singapore è lui che raccoglie gli ordini e che poi prende il pagamento semplicemente avvicinando il cellulare allo schermo che ha in pancia.

Può stupire che un robot finisca al centro di una riunione nel quartier generale di una banca, ma ormai l’open innovation sta diventando un mantra anche per il settore finanziario. Così all’Innovation Center di Intesa si lavora con una tecnologia israeliana di biometria comportamentale che permette allo smartphone di riconoscere in maniera sufficientemente inequivocabile l’impugnatura e la modalità di touch e scrolling del proprietario, tanto da farlo diventare in prospettiva una password supplementare per operazioni bancarie in  mobilità. Ma si studia anche sui pattern delle relazioni tra 65 milioni di operazioni bancarie al mese per arrivare a studiare, nella logica della teoria delle reti, anomalie che possano segnalare possibili truffe o episodi di corruzione.

“L’approccio alla scoperta di nuovi trend e nuove soluzioni emergenti è data driven globale e fa leva su dati algoritmi di intelligenza artificiale predittivi proprietari – spiega Mario Costantini, responsabile ricerca innovazione e accelerazione di Intesa Sanpaolo -. La realizzazione di soluzioni prototipali consente di comprendere l’effettiva maturità delle soluzioni e di valutarne l’impatto e l’interesse attraverso il confronto con le funzioni di business, tecnologiche e di governance della banca. Se si verifica l’interesse della banca per proseguire si avvia un vero e proprio processo di service design che passa attraverso un percorso complesso di test con la clientela e di valutazioni specialistiche per arrivare a un prodotto che sia davvero user friendly e che non provochi stress per il cliente”.

Semplificazione e interazione user friendly diventano quindi imperativi per il mondo bancario, che deve giocoforza far leva sull’open innovation per far fronte a un mondo in cui non solo il denaro, ma anche i servizi bancari tradizionali in prospettiva potranno diventare una commodity. Ogni istituto è chiamato quindi ad allacciare modalità nuove di relazione con il cliente “semplificando al massimo sia dal lato della gestione interna che da quello della customer experience l’enorme complessità della banca”, sostiene Andrea Cardamone, ad di Widiba, la banca del gruppo Mps che sta valutando anche modalità di interazione che utilizzano la realtà virtuale e la realtà aumentata per riprodurre esperienze inclusive e simili al reale.

Api economy allo sportello

L’avvicinarsi dell’entrata in vigore della Psd2, nel gennaio 2018, aggiunge scenari completamente nuovi: l’obbligo di aprire ad altri soggetti l’enorme patrimonio di dati digitali bancari, sia per quanto riguarda i conti correnti che per i pagamenti schiude uno scenario di opportunità che trova il limite solo nella creatività degli sviluppatori e della startup fintech. Così Banca Sella punta a passare da “payment gateway” a “banking gateway”, dal gestire i soli pagamenti su siti terzi al consentire di accedere online all’operatività bancaria completa da piattaforme esterne: “La banca si pone come abilitatrice di tutte le piattaforme della sharing economy, dall’ecommerce al crowdfunding ai marketplace di ogni genere – spiega Doris Messina, responsabile fintech e new business di Banca Sella -. Ma allo stesso tempo consente una connessione in tempo reale con i sistemi gestionali delle aziende, abilitando processi amministrativi completamente automatizzati sulla base delle esigenze del cliente”.

La banca biellese ha concluso la fase beta della piattaforma ed è partita in queste settimane con i primi servizi fatti su misura. Così per un’operatore di logistica è stato messo a punto un sistema di riconoscimento automatico in real time degli accrediti da clienti, in modo che alla ricezione del pagamento viene eseguito il re-routing dinamico dell’oggetto da consegnare, riducendo al massimo i tempi ed eliminando i passaggi burocratici. Un operatore di P2P lending può automatizzare le operazioni di cash-out verso i clienti che richiedono i prestiti e di riaccredito delle somme di chi vuole disinvestire, mentre una utility per la gestione della nettezza urbana può disporre la restituzione di denaro per premiare i cittadini che conferiscono i rifiuti presso i centri di raccolta convenzionati.

Il gateway si concretizza in un portale web su cui vengono rese disponibili le Api che possono essere utilizzate: “Il servizio può essere ideato e sviluppato del tutto internamente mediante Api proprietarie – prosegue Messina -, oppure arrivare a una codefinizione con aziende esterne per applicazioni integrate con il loro business oppure ancora create con terze parti che potranno realizzare le loro Api sulla base dei dati condivisi”.

Anche Mastercard ha sfruttato le application programming interfaces per dare vita a una piattaforma di Api dedicata ai pagamenti: Masterpass è la piattaforma globale per l’ecommerce, adottata oggi dai principali istituti italiani, che elimina la necessità di fornire per ogni transazione i dati di pagamenti e spedizione, reindirizzando direttamente sul proprio account bancario. Per i pagamenti nei negozi fisici la tecnologia Mdes fornisce una piattaforma per pagare via Nfc avvicinando a un Pos lo smartphone, in cui è stata inserita la propria carta di credito o di debito tramite un token interno al telefono. “L’esperienza è di un acquisto fatto sempre più in mobilità  – afferma Fabiana Piscitelli, Head of Strategy and Business Development Italy and Greece di Mastercard -: l’esigenza del cliente è quindi di completare l’acquisto nell’ambiente dove l’ha toche sia sul web o nel negozio fisico. La user experience deve comunque essere essere ispirata all’estrema semplicità”. Non è un caso quindi che Mastercard oggi si presenti come società tecnologica B2B.

Il segreto sta nell’Api

Il segreto per valorizzare il patrimonio di dati interno alla banca si chiama Api, le application programming interfaces che permettono a due applicazioni software di interagire e scambiarsi dati in modo flessibile ed economico. “Le Api sono modalità con cui le aziende creano servizi che evidenziano nuovo valore per il business. Per le banche rappresentano una potenziale risposta per rispettare la Psd2, esponendo e condividendo in modo regolamentato con terze parti asset informativi – spiega Massimiliano Colombo, API Economy Expert di Cefriel -. Non è solo un investimento tecnologico, ma una trasformazione culturale e strategica per l’intera azienda: si tratta di creare nuovi percorsi interni per individuare quali asset possano essere gestiti e portati a valore attraverso il canale Api. È un processo che riguarda l’intera organizzazione che deve integrare una struttura tipicamente a silos verticali con una prospettiva orizzontale per dare vita a un processo incrementale che si concretizzi in servizi innovativi all’utente finale”.

Secondo la rilevazione fatta dal Cefriel a livello non solo nazionale, le banche stanno iniziando a utilizzare le Api in maniera diffusa. Possono sfruttarle come “mattoncini” per governare l’evoluzione digitale dell’azienda, creando per esempio applicazioni multicanale innovative, come una Chatbot in grado di rispondere alle richieste legate al proprio conto. Possono diventare “sorgenti” di Big data esponendo nuovi servizi, al di fuori del loro business tradizionale, come per esempio dati aggregati affinché terze parti possano effettuare analisi statistiche legate ai consumi effettuati con le carte di pagamento. Possono infine attivare una vera e propria vetrina in una sorta di Api Store, dove mettono a disposizione i dati agli sviluppatori di terze parti.

Il valore di Big data

Le Api sono uno strumento tecnologico che abilita la condivisione con terzi. Ma il vero valore per le banche è nella miniera di dati che hanno in pancia. Secondo i dati dell’Osservatorio Digital finance del Politecnico di Milano, il mercato di Big data analytics e di business intelligence in ambito finance in Italia è il più dinamico tra i vari settori: vale il 29% del mercato complessivo di 905 milioni di euro, con tassi di crescita annuali stimati tra il 15 e il 25%. Come poter allora mettere a valore quel patrimonio di dati? “La generazione di dati dà vita a grandi potenzialità, che non si esauriscono solo nel marketing e nella profilatura del cliente a fini commerciali, ma che sempre più coinvolgono attività cardine del business bancario trasformandosi in opportunità di efficienza per la compliance, la gestione del rischio, l’erogazione di credito e il supporto alle decisioni di investimento – afferma Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio -: la valutazione del rischio dei clienti può essere effettuata sulla base di un profilo molto più articolato e definito”.

Solo un terzo delle banche italiane, secondo la rilevazione dell’Osservatorio, ritiene strategico Big data, in gran parte per utilizzo di marketing. L’analisi che viene fatta è per la grandissima maggioranza di carattere descrittivo della situazione attuale (63%), mentre solo il 23% è sviluppato in chiave predittiva (23%) e prescrittiva (8%). Ma è chiaro che se la velocità e l’agilità di controllo dei servizi è la chiave vincente per le banche, queste ultime due funzioni sono quelle che potranno fare la differenza in futuro

Proprio il patrimonio informativo di lungo periodo del cliente è uno dei principali vantaggi delle banche nei confronti dei nuovi entranti, tra cui le startup fintech o i grandi attori del web. Che si stanno concentrando per il momento sulla disintermediazione dei sistemi di pagamento, che rappresentano pur sempre una buona fetta della redditività degli istituti. Non è un caso quindi che Swift abbia avviato proprio il mese scorso il suo nuovo servizio di global payments innovation (Gpi) per un sistema di pagamenti “live” cross-border con una dozzina delle maggiori banche internazionali (Intesa e UniCredit per l’Italia). D’altra parte se i pagamenti retail sono terreno di caccia per le fintech, le banche tradizionali controllano a oggi ancora il 90% dei pagamenti cross-border, un comparto dominato dal B2B e che è previsto a un tasso di crescita annuo del 5% nei prossimi anni.

Ecco perché si fa ricorso anche ad altre tecnologie per rendere più veloci le transazioni. Nella seconda metà dell’anno UniCredit proporrà alle aziende clienti la piattaforma Digital trade chain (Dtc), sviluppata da un gruppo di sette istituti europei: si tratta di una piattaforma basata su tecnologia blockchain per la gestione e il regolamento delle transazioni commerciali, soprattutto di import-export, delle piccole e medie imprese, per le quali il ricorso al credito documentario e altre forme di assicurazione dei crediti è complesso e costoso. Un servizio pensato per essere integrato anche con l’intero sistema della logistica. “Dtc risolver un vero punto dolente per le imprese che commerciano a livello internazionale – afferma Gianfranco Bisagni, co-head Corporate e Investment banking di UniCredit – rappresentando un modo semplice, veloce, efficiente e sicuro di svolgere e regolare le transazioni commerciali, di tracciare digitalmente tutte le fasi, nonché di chiedere allo stesso tempo con pochi click specifici servizi bancari e finanziari”.

In questa chiave la blockchain rappresenta una tecnologia che promette grandi opportunità per lo sviluppo del business bancario, in termini di sicurezza e di efficienza. Non è un caso che i maggiori player, anche italiani, sono attivi nella sperimentazione della “catena dei blocchi”. L’obiettivo è sempre lo stesso: recupero di efficienza, semplificazione e personalizzazione sempre maggiore dei servizi. Perché saranno questi gli elementi decisivi nel mercato bancario.