L’industria 4.0 piace alle aziende italiane, ma la partita dell’open innovation è ancora tutta da giocare. I primi dati dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano su un campione di imprese italiane, mostrano che il mercato di Industria 4.0 in Italia è cresciuto del 25% nel 2016, ma il vero potenziale è ancora da esprimere.

“Le imprese hanno risposto immediatamente ai meccanismi che prevedono superammortamenti al 250% e finanziamenti – osserva Alessandro Perego, responsabile dell’osservatorio insieme ad Andrea Sianesi e Marco Taisch – perché questo tipo di innovazione è più vicino ai percorsi tradizionali che rendono conveniente investire in nuove tecnologie. Resta però da sviluppare tutta la parte dell’innovazione più ‘soft’ legata appunto all’open innovation, alle mappatura e allo sviluppo di competenze e al matching con le startup”.

Il bando del Mise previsto per fine luglio per la creazione dei Competence center coordinati dalle università dovrebbe aprire questa sfida. L’idea di ampliare il bacino di chi contribuisce all’innovazione al di fuori delle mura aziendali non è nuova. L’economista Usa Henry Chesbrough la propose nel 2003 e oggi programmi privati come quelli di H-Farm in collaborazione con Cisco, Zoppas, Came e Clouditalia, stanno già creando spazi di dialogo tra grandi aziende e startup, ma l’ambizione del Ministero è istituzionalizzare questi percorsi come avviene in Bretagna con i centri Catapult e in Germania con i Fraunhofer Institut.

C’è grande grande attesa per i fondi (previsti inizialmente 100 milioni, poi tagliati a 30 e infine rialzati a 70), ma anche per come saranno organizzati. “La mia opinione personale – osserva Marco Taish, che fa parte della cabina di regia del Mise per I4.0 e guida il gruppo di lavoro italo-franco-tedesco sui centri di trasferimento tecnologico per le Pmi – è che debbano essere centri nazionali e senza duplicazioni, sostenibili grazie a un modello come quello dei Catapult inglesi che hanno un terzo di finanziamento pubblico, un terzo private e un terzo da grant competitive. In questo modo potranno lavorare su un orizzonte di medio-lungo termine e incidere su tre livelli: dimostrativo, formativo e, infine, di supporto alla progettazione per le aziende più avanti nella digital transformation”.

La visione di fondo italiana è più ambiziosa di quella tedesca e francese focalizzata sulle fabbriche e mira alla trasformazione di tutta la supply-chain e della forza lavoro. “È l’Internet of Everybody – sottolinea Taisch – e questo è rispecchiato anche nella scala dei finanziamenti che con circa 30 miliardi è un’ordine di grandezza superiore ai programmi di altri paesi”. Lo scenario è più maturo sul fronte dei Digital Innovation Hubs (Dih), il cui progetto complessivo è pilotato da Confindustria digitale con la missione di supportare le imprese nei percorsi dell’Industria 4.0. “Stiamo rispettando la tabella di marcia – sottolinea Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale – abbiamo 12 hub attivi e sette in avviamento, ma resta molto da fare e ora è importante che vadano al più presto a regime coinvolgendo gli imprenditori e, soprattutto, attivando il sistema territoriale con un’opera di ‘cucitura’ che finora è stata trascurata”.

Uno dei ruoli fondamentali dei Dih, infatti, è proprio fare quell’opera di cucitura tra il mondo delle imprese e i diversi attori economici e tecnologici presenti sul territorio. L’Italia ha un ritardo stimato di 250-300 miliardi di euro non investiti in innovazione negli ultimi dieci anni ed è questo gap che dobbiamo colmare con urgenza, pensando certo alla manifattura, ma anche a come inserire robot e sensori in altre filiere tipicamente italiane come l’agricoltura, l’arredamento, l’artigianato. Per chi lavora sul campo quello che però sembra ancora mancare, al di là degli incentivi, è una visione condivisa di che cosa deve essere l’industria 4.0.

“Lavorando con le aziende alle quali proponiamo percorsi di open innovation, gli ostacoli che incontriamo sono più culturali che tecnologici” osserva Zoe Romano, co-fondatrice a Milano di Wemake, uno dei primi fablab parte di una rete di più di 50 centri  in tutta Italia dove fabbricazione 3D, sistemi open source e modelli di sviluppo collaborativo sono le parole d’ordine. “L’altissimo numero di piccole imprese che caratterizza l’Italia sicuramente non facilita le cose, ma è anche la sua ricchezza – prosegue Romano – e per questo vanno creati standard aperti e condivisi per il mondo dell’Internet delle cose, altrimenti è difficile che nasca un ecosistema”.