Mentre da un lato l’assistenza sanitaria si sta “democratizzando” attraverso la salute digitale, con la possibilità di vivere più a lungo e più sani grazie alle tecnologie innovative, d’altro questo miglioramento lo paghiamo – in parte – con i nostri dati. Un “tesoro” molto appetibile per gli hacker, che supera di dieci volte quello delle carte di credito. Con le informazioni mediche i criminali possono infatti creare documenti falsi di identificazione per acquistare farmaci o produrre falsi reclami per farsi rimborsare dalle assicurazioni. In questo scenario, la blockchain può essere la risposta adeguata? Sì, se pensiamo che l’idea alla base di questa tecnologia è che – piuttosto che memorizzare i dati in un singolo database – le copie multiple degli stessi dati vengono sincronizzate nei registri condivisi in una rete di utenti. E la rete garantisce la validità dei dati, rendendola meno vulnerabile agli attacchi. Ma non si tratta solo di questo. Le applicazioni possono spaziare in più aree, semplificando i processi, minimizzando le frodi, riducendo i costi operativi, eliminando duplicazioni di lavoro e generando nuovi modi per integrarsi in un’economia basata sulla condivisione. E infatti, secondo uno studio Ibm, entro il 2020 più della metà delle aziende del settore avrà adottato soluzioni basate su questa innovazione.
Nell’ambito delle sperimentazioni cliniche, l’uso della tecnologia blockchain consentirebbe di rendere i dati dei clinical trial automaticamente accessibili e condivisibili in tempo reale da parte di tutti i soggetti coinvolti nella sperimentazione anziché essere conservati da un singolo soggetto ed essere da quest’ultimo resi di volta in volta disponibili ai vari soggetti. La costruzione di un database blockchain interoperabile con le informazioni e le storie cliniche dei pazienti, condiviso da strutture sanitarie e centri di cura e regolamentato attraverso stringenti norme per la protezione della privacy, permetterebbe ai professionisti dell’healthcare di accedere subito ai dati sanitari dei pazienti senza ripetere il processo di raccolta ogni volta. Ma quando parliamo di dati personali come quelli genetici, dobbiamo tenere conto anche dei pazienti, i quali vogliono più garanzie sul fatto che i loro dati siano protetti in modo appropriato, accessibili in base ai loro desideri e utilizzati solo per le applicazioni che hanno approvato specificamente. In futuro, i pazienti potranno avere anche la possibilità di monetizzare l’accesso ai loro dati personali, consentendo alle singole aziende di accedere “a blocchi” dei loro dati ai fini di ricerca. Questo cambiamento di “potere” – in cui i pazienti hanno accesso e controllo su come i loro dati vengono utilizzati – sta cambiando l’intero modello di assistenza sanitaria: dalla ricerca e sviluppo alla consegna del farmaco. In sintesi, i pazienti vorranno gestire i loro dati personali come oggi gestiscono i loro conti bancari. Se l’industria delle scienze della vita sono in grado di sviluppare strumenti di memorizzazione e accesso di dati basati su blocchi, potranno sfruttare fonti di dati fino a oggi non disponibili.
Il messaggio, in effetti, sembra essere arrivato in conseguenza anche del fatto che la legge sulla sicurezza della catena di approvvigionamento dei medicinali richiede all’industria farmaceutica di adottare un “sistema interoperabile” per la tracciabilità dei farmaci. Oltre al paternariato tra Ibm Watson e la Fda statunitense, ampliato da poco anche ai Cdc, sono già partiti dei progetti pilota, come il MediLedger, in cui sono coinvolte Genentech e Pfizer, mentre Philips ha lanciato il “Philips Blockchain lab” per valutare come questa tecnologia può essere impiegata nel settore sanitario.
Ci sono infatti ancora degli ostacoli da superare che riguardano sostanzialmente le norme sulla privacy e l’immutabilità delle informazioni memorizzate. Nel primo caso chi gestisce questi sistemi dovrà informare i pazienti, i quali dovranno poi scegliere se prestare il loro consenso, riguardo al trasferimento dei propri dati da una struttura all’altra e, eventualmente, anche all’estero. Nel secondo caso,il regolamento sulla protezione dei dati dell’Unione europea (in vigore dal maggio del 2018), che dà diritto a ciascun interessato di ottenere l’aggiornamento, la rettifica o l’integrazione dei dati personali e, in alcuni casi, anche la loro cancellazione o anonimizzazione, rende problematicol’impiego della blockchain. Di certo, come emerge da uno studio dell’Università del Michigan, un sistema sanitario integrato di scambio di dati potrebbe ridurre le spese mediche di oltre 3 miliardi di dollari all’anno, migliorando la cura e promuovendo programmi di gestione della salute più efficienti. Privacy vs trasparenza.