Bourj Al Shamali è una città di 25mila persone. C’è dal 1949 ma non esiste. Vive in un eterno presente, senza futuro: nessuna programmazione urbana, nessuna visione su ciò che sarà, le vie non hanno nome. Perché Bourj Al Shamali è un campo profughi palestinese in Libano, fatto di case, strade, ristoranti, negozi. Come molti campi profughi doveva essere una soluzione provvisoria, ma di fatto diverse generazioni sono nate lì. Ora la città vuole un futuro e lo affida a un palloncino rosso, che ogni giorno si alza all’orizzonte e mappa la città. Perché i campi profughi non hanno una carta ufficiale disponibile a tutti e perfino su Google sono una zona grigia a bassa risoluzione. La mappatura è affidata ora a migliaia di riprese foto-aeree rese possibili da un grande palloncino che riprende dall’alto tutto il campo, con un progetto di citizen science, guidato da tre ragazzi palestinesi e a cui ha partecipato attivamente tutta la comunità locale, che lo ha anche finanziato.

“La priorità è pianificare gli spazi verdi, come orti di comunità e orti sui tetti – spiega Claudia Martinez Mansell, per anni volontaria nel campo, che ha organizzato una raccolta fondi su Kickstarter – Ma la comunità comincia a ragionare anche su altri utilizzi, per esempio sugli spazi pubblici del campo in modo più olistico”.

L’anno prossimo la Oslo School of Design and Architecture lavorerà con loro per costruire gli orti urbani. In futuro si penserà a ragionare anche su altre esigenze sentite dagli abitanti, come riparare l’elettricità e progettare gli spazi pubblici. “Gli abitanti e il governo locale hanno un incredibile conoscenza del campo – spiega Martinez Mansell, che ha lavorato all’Onu, alla Fao e ora è consulente – ma non hanno avuto sinora uno strumento spaziale per esprimerla”.

Le mappe del campo esistono ma di fatto le organizzazioni internazionali le tengono nascoste adducendo motivi di sicurezza. Così i profughi palestinesi stanno facendo da sé. Con l’aiuto di Public Lab, un organizzazione americana di citizen science che ha messo a disposizione il dispositivo di fotografia aerea autocostruito in open source a basso costo.  Con l’aiuto di Claudia Martinez Mansell, che li sta cercando i fondi per stampare le mappe in forma cartacea e per coprire i costi di viaggio dei tre ragazzi che hanno portato avanti il progetto: Amal Al Saeid, Mustapha Dakhlul e Firas Ismail sono stati invitati a parlare dell’esperienza alla Graduate School of Design at Harvard University e al Public Lab Barnraising in Louisiana.

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La mappatura stessa è diventata un grande evento collettivo. Molto riprese sono state fatte dai tetti mai finiti delle case. Il fatto che le riprese siano state condotte con low-tech ha reso possibile una grande partecipazione della comunità, dagli insegnanti di fisica che hanno aiutato a risolvere problemi di stabilità della fotocamera, ai meccanici che provato ad aggiustare il palloncino quando è finito a tiro di qualche adolescente. Al di là della mappatura, le persone hanno cambiato la percezione di sé: da beneficiari di progetti calati dall’alto a co-creatori di soluzioni dei loro problemi.