Ci sono molti motivi per cui la viticoltura si presta in modo particolare all’utilizzo di tecnologie 4.0. Il primo è il fatto che la produzione di vino è un’attività ad alto valore aggiunto, in cui il prodotto venduto acquisisce un valore che non è solo quello della materia prima, ma anche del territorio, della tradizione, del saper fare e, perché no, anche del packaging e dell’etichetta. Questo fa sì che le imprese vitivinicole abbiano più possibilità di investimento sulle tecnologie rispetto a chi produce cereali. Poi c’è l’aspetto legato alla cosiddetta “zonazione”. Il vino è un prodotto complesso, che anche quando è prodotto con lo stesso clone dello stesso vitigno può essere profondamente diverso per effetto dell’esposizione del vigneto, della composizione del terreno, della ventilazione. Da tempo i produttori hanno preso a individuare i vigneti più vocati e a distinguerli dagli altri per dar vita a prodotti “premium”, quelli che in gergo vengono definiti “cru”. Ma per cogliere le peculiarità di una zona di produzione rispetto a un’altra e sfruttarla al meglio per avere il miglior vino possibile occorre anche raccogliere anche una grande quantità di dati e attivare un monitoraggio costante del vigneto. Proprio quello che consentono di fare le nuove tecnologie digitali e l’internet delle cose.

Non è un caso, quindi, se in Italia cominciano a essere numerosi gli esempi di agricoltura 4.0 applicata alla produzione del vino. Da anni ormai si conducono indagini sui territori di produzione che combinano i dati satellitari con quelli raccolti da aerei e droni e da stazioni meteorologiche a terra per fornire poi ai viticoltori un supporto decisionale su quando effettuare i trattamenti in vigneto. La vite è una delle piante più soggette a malattie e richiede un notevole ricorso a sostanze come fitofarmaci, fungicidi, antiparassitari. Sbagliare il tempo del trattamento, per esempio effettuandolo prima di una pioggia, può voler dire essere costretti a ripeterlo entro breve tempo, con un impatto sull’ambiente e sulle persone non trascurabile oltre che con un costo economico notevole. Ecco perché previsioni puntuali, mirate sul singolo vigneto, diventano sempre più importanti.

Fino a poco tempo fa servizi di questo genere, assai costosi, venivano erogati dai consorzi dei produttori o di tutela delle doc e docg, che potevano acquistarli a beneficio degli associati. Ora però si sta assistendo a un nuovo fenomeno. Grazie al più facile accesso alle tecnologie, reso possibile dalla diffusione di soluzioni wifi efficienti, di sensori a basso costo e dei droni, che consentono di analizzare con telecamere speciali i vigneti con un impegno economico davvero ridotto, si stanno affacciando sul mercato servizi di supporto decisionale alle aziende agricole accessibili anche a piccole imprese o, comunque, a realtà che ora possono muoversi autonomamente, e non sotto l’ala consortile. Nel suo monitoraggio del settore, l’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia ha individuato alcuni casi emblematici. Uno è quello di Tenuta Santa Scolastica, appena tre ettari sulle colline di Reggio Emilia coltivati a pinot nero, che si è dotata di un sistema di monitoraggio del vigneto in grado di rilevare in tempo reale la presenza di patogeni della vite come peronospora, oidio o botrite, la cui aggressione può compromettere del tutto il raccolto di una realtà così piccola. Il sistema si basa sull’utilizzo di sensori posti in campo e di un sistema di analisi dei dati raccolti, basato su algoritmi specifici in grado di segnalare la presenza di un rischio e di indicare tempi e modalità per un intervento antiparassitario.

Un altro caso interessante è quello di Res Uvae, piccola azienda vitivinicola dei Colli Piacentini con 16 ettari di vigne. Al convegno di presentazione dei dati dell’Osservatorio Smart Agrifood, Tito Caffi, consulente tecnologico di Res Uvae, ha spiegato come l’azienda sia diventata una sorta di laboratorio a cielo aperto in cui testare tecnologie 4.0 per la gestione intelligente del vigneto. Caffi è anche ricercatore del Dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha sede a Piacenza, da cui è nata una spinoff, Horta, che ha sviluppato il DSS, sistema di supporto decisionale, utilizzato da Res Uvae per la conduzione del vigneto. L’azienda agricola aderisce anche a programmi di ricerca di livello comunitario per la gestione del vigneto, come Soil4Wine, insieme a numerose altre aziende del territorio e della Penisola. Il progetto è condotto da un consorzio di cui fanno parte anche Horta e l’ateneo piacentino. Il DSS utilizzato integra dati raccolti da sensori wireless, da droni e da satelliti, oltre che da macchine agricole intelligenti e robot e adotta anche soluzioni di realtà aumentata, come smart glasses, guanti e auricolari, per fornire in tempo reale all’operatore in vigna le indicazioni sulle operazioni da compiere.

Ma la rivoluzione digitale coinvolge anche i grandi nomi del vino italiano. Tra i tanti nomi, Frescobaldi, storico produttore toscano che da quest’anno ha avviato un progetto per connettere utilizzando l’Internet delle cose le varie tecnologie di controllo del vigneto, come i sensori pluviometrici, quelli di analisi della composizione del terreno e i droni. Oppure Berlucchi, che da tempo utilizza sistemi di analisi del vigneto per gestire in modo ottimizzato, con macchinari a rateo variabile, i trattamenti e la concimazione. Il prossimo passo, attualmente in corso a braccetto con la conversione a biologico dei quasi 550 ettari di vigneto sparsi in 800 parcelle, è sviluppare un sistema di gestione per dosare la sostanza organica in luogo del concime chimico.