Unilever è nella lista  delle multinazionali più boicottate al mondo. Sia dagli animalisti sia  dalle associazioni dei diritti umani. Eppure la società potrebbe diventare un simbolo e un banco di prova per le aziende  che vogliono redimersi e cambiare in profondità il business, senza operazioni di marketing né di facciata. La  Ben&Jerry – sussidiaria di Unilever che  produce gelati – è diventata una B-Corp nel 2012 e qualche mese fa  il ceo di Unilever Paul Polman si è detto interessato alle benefit corporation.

Il movimento mondiale delle B-Corp ambisce a rivoluzionare il capitalismo dall’interno, dalle corporation. Si tratta aziende a cavallo tra for profit e non profit. Dal punto di vista del modello economico sono società tradizionali che puntano a fare profitto e utili. Ma nello statuto – che ora potrebbe essere modificato anche in Italia grazie a una legge in discussione in Parlamento – includono  obiettivi  di impatto sociale e ambientale. In tutto il mondo sono quasi 1.500 quelle contate da B-Lab, organizzazione non profit, principale ente di certificazione.  Tra queste molto sono tech, da Kickstarter a Etsy, e numerose nella Silicon Valley. «È evidente ormai che il paradigma di business prevalente, il nostro modello di sviluppo ha il fiato corto» spiega Eric Ezechieli, co-fondatore di Nativa e partner di B-Lab per l’Italia. «La domanda che si fanno sia i consumatori sia gli imprenditori è: esiste un modo diverso di fare impresa che produca profitto rigenerando le persone e l’ambiente?».  In molti lo stanno cercando. Anche perché ci si rende conto che la sostenibilità non è solo un valore ma è conveniente. Secondo l’International Finance Corporation: in cinque  anni il Dow Jones Sustainability Index ha registrato una performance superiore del 36,1% a quella del Dow Jones tradizionale. La valutazione di B-Lab si  basa su quattro aree: la governance, la comunità, le persone e l’ambiente. Le aziende devono rifare l’assessment ogni due  anni e il complesso algoritmo che elabora i punteggi viene reso più severo mano a mano che le società innalzano i loro standard.

In Italia sono nove le B-Corp, di cui alcune in ambito tech. Come D-Orbit, società di tecnologie spaziali. «Di fatto siamo nati come B-Corp – spiega  l’amministratore delegato Luca Rossettini – Il disegno stesso della nostra tecnologia rispetta i principi della sostenibilità». La startup è impegnata nella messa a punto di un dispositivo che consente di rimuovere facilmente e a basso costo i satelliti a fine vita, riducendo così l’inquinamento dovuto ai detriti spaziali.  Inoltre D-Orbit punta molto sulle persone, con ferie illimitate e aumenti di stipendi del 5% l’anno. «Ogni volta che andiamo da un cliente gli chiediamo se  ci spiega in che modo la soluzione che vuole  è etica, ha un impatto positivo – racconta Francesco Mondora, dell’omonima  società di Information techology, – Se riesce a spiegarcelo gli facciamo uno sconto del 30%. E se non riesce, gli proponiamo noi, con lo stesso sconto, soluzioni open source. Con il vantaggio ulteriore che noi, in seguito a quell’investimento, rendiamo disponibili gratuitamente piccoli pacchetti alla comunità open source».

Ma il movimento delle benefit corporation, nato negli Stati Uniti, attecchirà anche in Italia?  «Nel nostro paese  c’è una forte tradizione nella cultura d’impresa – aggiunge Paolo Di Cesare, co-fondatore di Nativa, che ha appena annunciato di voler raggiungere le prime cento B-Corp in un anno.  – Le benefit corporation possono essere uno strumento di protezione dei valori d’impresa nel delicato passaggio generazionale. Inoltre molte società hanno uno stretto legame con il territorio, altro elemento significativo per chi ambisce a essere una benefit corporation». Su questo solco si trova la prima B-Corp produttiva italiana, la Fratelli Carli. «Stiamo lavorando molto con i fornitori  – spiega Claudia Carli, direttore marketing e comunicazione  della società giunta alla quarta generazione- in particolare con i produttori di olio, i fornitori del packaging e i fornitori della linea cosmetica. Abbiamo stilato dei codici con obiettivi di sostenibilità che ci impegnamo a raggiungere. Abbiamo invitato anche loro a procedere con l’assessment, per verificare le proprie caratteristiche. E ci sono già fornitori interessati a diventare B-Corp». L’azienda utilizza il 100% di energia elettrica da fonti rinnovabili già dal 2008 di cui il 20% autoprodotto.

La decima B-Corp italiana sarà Banca Prossima (la certificazione ufficiale arriverà a gennaio ma l’iter è terminato).  «Già un anno e mezzo fa abbiamo modificato lo statuto – spiega Marco Morganti, amministratore delegato della banca del gruppo Intesa Sanpaolo – Prima le nostra attività erano esclusivamente al servizio dell’economia sociale, mentre ora possiamo lavorare con soggetti pubblici e privati, purché orientati all’economia sociale. Premiante per l’istituto di credito il rapporto con la community, fatta da 54mila clienti tra associazioni, coop, fondazione e imprenditori sociali.

Anche le istituzioni si muovono. Il Comune di Milano ha aperto un dialogo con l’Economic Development Corporation, della municipalità di New York che si occupa di sviluppo e supporta le benefit corporation. «C’è uno scambio molto attivo di know how – spiega Renato Galliano, direttore settore Innovazione Economica, Università e Smart City del Comune – Stiamo mettendo a punto un accordo che, nell’intento di favorire l’internazionalizzazione, prevede anche lo scambio tra le nostre e le loro startup». Saranno coinvolti Fabriq, incubatore di innovazione sociale, il Parco Tecnologico Padano, PoliHub e Speedmeup. «Se la legge che ho presentato dovesse passare nei prossimi giorni (è un emendamento nel Ddl Stabilità ndr.) – spiega il senatore Mauro Del Barba – l’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo,  dopo gli Stati Uniti, ad avere una norma sulle benefit corporation».