Gli scienziati nord-americani hanno intrapreso una corsa contro il tempo per mettere al sicuro i dati pubblici sul cambiamento climatico prima che il presidente-eletto Trump si insedi alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio. Alla “guerriglia dei dati”, così definita dagli stessi ricercatori, partecipano diverse università nord-americane, tra le quali l’Università di Toronto, la University of Pennsylvania, UC Los Angeles e UC San Diego. L’obiettivo è quello di creare “siti specchio” che possano ospitare copie dei dati aperti sulla qualità di aria e acqua negli Stati Uniti, dati che sono raccolti con fondi federali americani e che vengono utilizzati su scala mondiale nella ricerca sul cambiamento climatico. “Questi dati sono patrimonio comune dell’umanità, non appartengono agli Stati Uniti”, ha affermato in un’intervista ad Al Jazeera America Matt Price, professore alla University of Toronto.

In un’intervista a Fox News durante la campagna elettorale, Trump aveva dichiarato senza mezzi termini di voler eliminare l’Epa (Environmental Protection Agency), l’agenzia federale responsabile per il finanziamento della ricerca e l’attuazione delle normative per garantire aria e acqua pulita sul territorio americano. In quell’occasione, Trump aveva descritto l’agenzia come “una disgrazia che sta uccidendo il mercato dell’energia e causando alti tassi di disoccupazione”.

Ma a mettere in allerta gli scienziati è stata soprattutto la scelta di Trump di nominare Scott Pruitt come nuovo direttore dell’Epa. Noto scettico degli effetti delle attività umane sui cambiamenti climatici, Pruitt è famoso per le sue battaglie a sostegno degli interessi del settore energetico non rinnovabile, in particolare delle centrali a carbone ed elettriche. Nei suoi sei anni da procuratore generale dello stato dell’Oklahoma, Pruitt ha ripetutamente citato a giudizio l’Epa nel tentativo di bloccare due normative per la tutela ambientale: il Clean Power Plan, primo e unico piano americano a stabilire un limite a livello nazionale per le emissioni di anidride carbonica, e la Clean Water Rule, una raccolta di normative volte a definire i criteri per l’acqua pulita e potabile. Fino ad oggi, le campagne anti-Epa di Pruitt hanno fallito.

Fatto sta che sia il Clean Power Plan che la Clean Water Rule sono normative sviluppate in base ad una serie di dati raccolti, analizzati e preservati con fondi federali stanziati dalla stessa Epa. Ora che Pruitt sarà responsabile di allocare tali fondi, gli scienziati temono che la nuova amministrazione farà il possibile per alterare, modificare o addirittura cancellare i dati dell’EPA. Nelle scorse settimane, diversi gruppi di volontari si sono riuniti in lunghe maratone “hackathon” per individuare le banche dati a rischio, mapparne le posizioni sul web, e ridistribuire i dati in siti specchio e in server alternativi. Il sito dell’Epa contiene più di 75.000 studi sulle relazioni tra cambiamento climatico e attività umana.

Oltre al timore che la nuova amministrazione possa decidere di cancellare intenzionalmente le banche dati, per gli scienziati esistono altri potenziali pericoli. Come spiega l’esperto di gestione dei dati ambientali Matthew Mayernik della University of Colorado-Boulder, un taglio dei fondi delle attività rivolte alla “cura” dei dati basterebbe a farli sparire indirettamente, nel tempo. “Tendiamo a pensare ai dati digitali come a risorse durevoli, che non hanno bisogno di attenzioni una volta archiviati. Nulla di più lontano dalla realtà. Come ogni fonte di informazione, digitale e non, anche i dati climatici hanno bisogno di costante cura per poter essere utilizzati e consultati a distanza di tempo – spiega Mayernick –. Le tecnologie per raccogliere, analizzare e interpretare i dati sono in costante evoluzione, così come cambiano i metodi che utilizziamo per fare ricerca e trarre conclusioni su cui basare le normative sull’ambiente. Di conseguenza, le banche dati hanno bisogno di essere costantemente aggiornate in modo da poter essere usate. Se dati e statistiche diventano obsolete, perdiamo le prove scientifiche su cui basiamo le nostre politiche ambientali. Inoltre, ricordiamoci che i dati ambientali, come quelli astronomici, sono il risultato di osservazioni uniche effettuate in particolari condizioni spazio-temporali. Tali osservazioni non possono essere riprodotte”.

Oltre che per l’estinzione dei dati, Mayernick e colleghi temono per quella del proprio posto di lavoro. A inizio dicembre la squadra di transizione di Trump ha inviato un questionario al Department of Energy in cui chiedeva di elencare tutti i nomi di funzionari e scienziati coinvolti nella ricerca e nello sviluppo di policy sul cambiamento climatico. Dopo qualche giorno di polemiche e agitazioni, la richiesta è stata respinta dal dipartimento, ma non senza sollevare preoccupazione tra i diretti interessati. “Si tratta di una tattica per spaventare e intimidire i dipendenti pubblici che stanno semplicemente facendo il loro lavoro”, ha dichiarato in un’intervista al Washington Post Elijah E. Cummings, democratico alla guida della commissione di vigilanza del governo americano: “I nostri scienziati hanno interpretato la richiesta come un terribile messaggio di paura e intimidazione”.

La guerra per il controllo e la strumentalizzazione dei dati sul clima non è certo una novità. Nel 2006, Julie MacDonald, vice segretario al Dipartimento degli Interni durante l’amministrazione di George W. Bush, era stata costretta a dimettersi dopo aver esplicitamente richiesto a degli scienziati di alterare dei risultati di ricerca sulle specie di animali in estinzione negli Stati Uniti. Nel 2005, Philip Cooney, l’allora capo di stato maggiore per il Consiglio della Casa Bianca sulle politiche ambientali, era stato trovato colpevole di aver modificato a sua discrezione dei rapporti scientifici sul cambiamento climatico. Secondo quanto riportato dalla Union of Concerned Scientists, il problema dell’interferenza politica con i risultati della ricerca sull’ambiente non sembra essere solo un problema di tendenza repubblicana, e l’amministrazione Obama non è immune da tali pratiche. Nel 2015, la stessa Epa ha apportato all’ultimo minuto delle modifiche a uno studio sull’impatto delle fratturazioni idrauliche sulla qualità dell’acqua potabile, modifiche che hanno ammorbidito in modo significativo i risultati. Nonostante ciò, un importante passo avanti è stato fatto nel 2012, quando la Casa Bianca ha approvato una legge per la tutela della libertà di espressione degli scienziati federali e governativi che fanno ricerca in materia di cambiamento climatico. Prima che la normativa entrasse in vigore, ai ricercatori era proibito rilasciare interviste e fare dichiarazioni pubbliche sui loro risultati di ricerca senza che questi fossero approvati dai rappresentanti politici.

Fonti:

The climate mirror project

L’accusa contro Julie MacDonald

La vicenda di Philip Cooney

Le modifiche allo studio sulla fratturazione idraulica

Le disposizioni di protezione per la libertà di espressione degli scienziati