Ci sono i colossi, tipo Barilla, con il suo sito declinato in 24 versioni (turca, russa e araba comprese), le centinaia di ricette per preparare la pasta, le call per chiamare a raccolta i creativi di tutto il mondo. Le aziende medie, come la Mutti, che spiega le meraviglie del pomodoro dal campo alla cucina e pone l’accento sui protocolli di coltivazione destinati ai produttori e sulle certificazioni di qualità adottate nelle lavorazioni. Ma ci sono anche le piccole e addirittura micro imprese, come la Loison di Costabissara (Vicenza), che sul web ha lanciato una sorta di crociata a livello internazionale per fare mangiare il panettone non solo a Natale, o la Torrefazione Carbonelli di Melito di Napoli, maestra nello storytelling della «tazzulella» di caffè, oppure le Conserve Campisi, che da Marzamemi, grazie all’ecommerce, vendono fino in Australia e Giappone tonno, pomodori ciliegini, olio e altre squisitezze tipiche della terra del commissario Montalbano.

Insomma, gli esempi virtuosi non mancano. E il concetto, sempre, al di là delle dimensioni e delle specializzazioni aziendali, è chiaro e semplice: il vero “tigre nel motore” dell’industria agroalimentare, oggi, si chiama internet. Per carità, il settore gode di ottima salute: nel 2015 ha chiuso con 135 miliardi di fatturato, quasi 37 miliardi di export, e quest’anno è previsto l’abbattimento di ogni record. Il punto è che le tecnologie digitali sono il valore aggiunto capace di mettergli, letteralmente, le ali. Perché i consumatori ai cinque continenti hanno una crescente «fame» di (buon) cibo made in Italy e non aspettano altro che di essere raggiunti e conquistati.

La rotta è segnata, dunque. Peccato che un conto sia la teoria, un altro la realtà. E la realtà indica che su un totale di 1,2 milioni di aziende agroalimentari (dato complessivo di Infocamere che comprende le attività più disparate e in stragrande maggioranza a gestione familiare), quelle presenti in rete non superano il 10 per cento. Proprio per capire come stanno effettivamente le cose e cogliere appieno la portata del digital divide del settore, il «Registro .it», operante nell’Istituto di informatica e telematica del Cnr, in collaborazione con l’Università di Pisa e la stessa Infocamere, ha lanciato Fine, Food in the net (www.foodinthenet.it), Osservatorio internet permanente dell’agroalimentare.

Le imprese sono state divise in dodici categorie (dal lattiero-caseario all’allevamento, dalla pesca al vino, dalla ristorazione agli agriturismi) e per regione. Risultato: a fine dicembre 2016 (l’aggiornamento avviene in tempo reale) sono stati censiti 94 mila siti web. Il 36,9% appartiene al campo della ristorazione, l’11,5% sono agriturismi, l’11,1% imprese vinicole, il 9,5% aziende di farinacei. Quanto alla ripartizione geografica, la Lombardia fa la parte del leone (13.600 siti), seguita da Toscana ed Emilia Romagna (entrambe sotto i 9 mila). Certo, l’esame prende in considerazione solamente le imprese che hanno registrato un dominio «.it», ma lo spaccato risulta prezioso, poiché il suffisso nazionale rappresenta una sorta di prima scelta per l’approdo sul web, in quanto meno caro e maggiormente caratterizzato sul made in Italy. «Vogliamo creare le Pagine gialle dell’agroalimentare italiano in rete» sorride Maurizio Martinelli, responsabile del progetto. Immagine efficace. Che Martinelli chiarisce ulteriormente: «L’Osservatorio vuole essere uno strumento di facile consultazione, utile tanto per le imprese, che aumenteranno la visibilità, quanto per i consumatori finali, che avranno a disposizione nomi, indirizzi, curiosità».

Rimane il nodo di fondo: l’agroalimentare potrebbe, anzi dovrebbe, cavalcare le nuove tecnologie (e specialmente internet) molto di più di quanto faccia. «Non ci sono dubbi, l’evoluzione digitale è appena all’inizio» sottolinea Filippo Maria Renga, direttore dell’Osservatorio smart agrifood del Politecnico di Milano. «L’information technology ormai è fondamentale sia a monte, nei processi produttivi, si pensi al controllo della filiera, alla tracciabilità, al grande tema della sicurezza alimentare, sia a valle, nella comunicazione e nel rapporto con la clientela. Per non parlare dell’ecommerce, possibile chiave di accesso ai mercati internazionali anche per le piccole imprese. Bene, in questo scenario, internet e la presenza sul web sono addirittura prerequisiti, l’abc per cominciare a competere».

La verità è che il nostro agroalimentare, di fronte alla rivoluzione tecnologica, si presenta in ordine sparso, con alcuni casi da business school e altri di assoluto immobilismo. Ancora, da una parte c’è un settore agricolo tradizionalmente resistente al cambiamento, dall’altra un’industria di trasformazione capace di accettare qualsiasi sfida, forte di brand conosciuti a livello planetario. E poi le dimensioni aziendali e le risorse finanziarie contano, eccome. «Tutto vero, tutto giusto» sostiene Roberto Reali, del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari del Cnr. «Ma il problema di fondo rimane culturale. Chi è inserito nel circuito della qualità e dell’innovazione considera il web come uno strumento base per il proprio business. Chi è seduto e magari rimpiange i bei tempi dei mercati protetti pensa di poterne tranquillamente fare a meno, o nella migliore delle ipotesi lo utilizza come un semplice biglietto da visita». Già, perché ci sarebbe anche questo particolare: oltre ad avere un sito, bisognerebbe decidere che cosa farne. Per paradosso, le imprese italiane del food dovrebbero andar e a lezione dai clienti: loro sanno alla perfezione quello che vogliono mangiare. E sanno pure dove cercarlo: su internet, ovviamente.