Le superfici ghiacciate della Groenlandia contengono acqua in grado di far salire da sole il livello degli oceani di circa sette metri. Anche se gli esperti ambientali non sono concordi sulla stima e sugli effetti dello scongelamento dei suoi ghiacci, l’isola atlantica è responsabile di un quarto dell’innalzamento del livello dei mari, il cui ritmo risulta in forte accelerazione. Secondo quanto stimato da uno studio pubblicato da Nature Climate Change, il livello delle acque è aumentato a un tasso superiore del 50% nel 2014 rispetto a quello registrato vent’anni prima: 3,3 millimetri l’anno rispetto a 2,2 nel 1993. Anche se altre ricerche valutano in maniera diversa l’entità del fenomeno, le rilevazioni dello studio sono in linea con quelle della Nasa che stima un aumento pari a 3,4 millimetri l’anno

All’interno di questo incremento lo scioglimento dei ghiacci, che era responsabile del 50% dell’aumento del livello degli oceani nel 1993, vent’anni dopo è passato al 70%: lo strato di ghiaccio groenlandese rappresentava il 5% dell’innalzamento dei mari e oggi è cresciuto al 25%. Il nuovo studio suona l’allarme per l’incremento superiore alle previsioni del fenomeno che mette a rischio le regioni costiere in tutto il mondo. L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha presentato una stima conservativa che prevede per la fine del secolo un innalzamento tra 60 e 90 centimetri. Assumendo però che l’aumento prosegua a un tasso costante. “Ma c’è un’evidenza crescente, compresa l’accelerazione della perdita di masse ghiacciate dalla Groenlandia all’Antartico, che il tasso stia aumentando, anche a livelli esponenziali”, ha commentato Peter Wadhams, professore di fisica degli oceani all’Università di Oxford.

Lo studio, opera di un’equipe di ricercatori da tutto il mondo, considera il complesso dei fattori alla base dell’innalzamento dei mari: l’espansione degli oceani attribuibile al riscaldamento delle acque, le variazioni della quantità di acqua presente sulla terraferma e la diminuzione dello strato di ghiaccio e dei ghiacciai in Groenlandia e nell’Antartico. La diminuzione dei ghiacci del Polo Sud sono infatti l’altra fonte di preoccupazione. Il fenomeno è stato alimentato nel corso dell’ultimo anno da una serie senza precedenti di tempesta sull’Oceano del Sud che hanno provocato la riduzione più forte mai registrata del ghiaccio sulla superficie dell’acqua, quello che circonda l’intero continente meridionale, che lo scorso marzo ha toccato il livello più basso dal 1978, da quando cioè sono state avviate le rilevazioni. “Lo strato di ghiaccio è relativamente sottile, in media solo un metro, il che lo rende estremamente vulnerabile ai venti forti”, ha affermato John Turner, climatologo del British Antarcic Survey (Bas), lead author dello studio sulle tempeste e gli effetti sull’Antartico.

L’innalzamento dei mari rischia di provocare fenomeni migratori che faranno impallidire quelli attuali: a fine secolo due miliardi di persone – più o meno un quindo della popolazione mondiale – rischia di doversi spostare dalla aree in cui vive a causa del climate change dovuto all’aumento del livello delle acque. che occuperà intere regioni costiere e provocherà allagamenti provocati da uragani dagli effetti ancor più devastanti. A lanciare l’allarme è uno studio della Cornell University, che sottolinea la gravità della situazione che si verrà a creare in diverse arre per lo spostamento di masse enormi di persone.

Ma c’è chi si sta già portando avanti: il paper indica casi eccellenza come la Florida e alcune regioni cinesi, che hanno avviato politiche di adattamento che coordinano le aree costiere con quelle immediatamente interne per poter anticipare le migrazioni indotte dal cambio climatico

Intanto, però, il tempo sta scadendo. Sei tra scienziati e diplomatici, tra cui l’ex negoziatrice Onu per il clima Christiana Figueres, hanno pubblicato una lettera aperta per lanciare l’allarma: il mondo ha tre anni di tempo per darsi da fare e invertire il climate change, se no il cambiamento climatico farà sentire i suoi effetti devastanti. E indicano le linee d’azione da seguire: aumento delle fonti rinnovabili  al 30% dei consumi elettrici; progetti per città e stati per abbandonare l’energia da combustibili fossili con sussidi annui da 300 miliardi di dollari; assicurare che la auto elettriche coprano il 15% dei nuovi veicoli; ridurre le emissioni nette provocate dalla deforestazione; dimezzamento delle emissioni da deforestazione entro il 2050; incentivare l’emissione di “green bond” per piani di mitigazione del clima.