Dall’apprendimento collaborativo al debate, dal volontariato al fablab, dagli spazi costruiti per il benessere degli studenti ai libri autoprodotti: l’innovazione a scuola non passa solo attraverso la didattica ma si costruisce attraverso tanti strumenti, a volte anche banali, da adattare alla realtà dei ragazzi. “L’obiettivo è superare la scuola  basata sulle competenze più basse, la comprensione e l’analisi, per arrivare a sviluppare qualità come empatia, collaboratività, creatività, autoimprenditorialità, le soft skill che sono poi quelle che oggi non riesce a trovare il mondo del lavoro”. A parlare è Lorenzo Newman, responsabile education di Ashoka, la rete transnazionale di imprenditori sociali, che ha scelto le prime cinque scuole d’eccellenza italiane in fatto di innovazione. Con l’obiettivo ambizioso di avviare un cambiamento dal basso del sistema scolastico attraverso il riconoscimento di una didattica innovativa in una logica di condivisione dei metodi e degli strumenti.

Le cinque scuole, scelte dopo una mappatura di due anni sulla base delle segnalazioni a catena (snowball analysis), entrano a far parte della rete globale di oltre duecento “scuole changemaker” di Ashoka che “puntano a guidare la trasformazione e si mettono al servizio di altre scuole per insegnare le buone pratiche”, aggiunge Newman. Già a fine ottobre saranno impegnate in un incontro a Brindisi per avviare il confronto e comprendere quanto e come i loro modelli sono attuabili e scalabili.

Alcuni strumenti di innovazione sono prettamente didattici. Come l’educazione tra pari, in cui fin dalla primaria i bambini si impegnano nel tutoring dei compagni delle classi inferiori insegnando concetti in manieri sistematica, sviluppando il senso di responsabilità e di valutazione. A sostenere la capacità di intraprendenza contribuisce la possibilità di personalizzare il proprio percorso di formazione scegliendo corsi supplementari, come avviene al Città Pestalozzi di Firenze (primaria e secondaria inferiore). Altra prassi molto diffusa è il debate, che si basa sull’introduzione del confronto tra ragazzi impegnati nella difesa di tesi contrastanti, utilizzata per favorire la dialettica e il public speaking, ma c’è anche il circle, il confronto comunitario per valutare la crescita e le relazioni personali, che all’Istituto comprensivo San Giorgio di Mantova parte fin dalla materna. Al Majorana di Brindisi il vulcanico Salvatore Giuliano, che ha avviato da anni il selfpublishing di libri per la didattica, ha introdotto per primo la realtà virtuale dell’Oculus Rift per migliorare la capacità di apprendimento.

Ma ancora più spesso le facoltà cognitive più complesse possono essere sviluppate sulla base di strumenti banali. A Mantova e Firenze il senso di responsabilità e la capacità di organizzazione vengono allenate con l’organizzazione della mensa scolastica da parte degli studenti. Al college internazionale Collegio del mondo unito dell’Adriatico di Duino si impara l’autonomia con un piano di studi personalizzabile che include il volontariato e la vita nel campus, mentre al Liceo Attilio Bertolucci di Parma, accanto al debate, si affiancano attività di volontariato,  la produzione di booktrailer con video da parte dei ragazzi e un programma di valutazione dell’aria attraverso il lancio di un pallone con videocamera arrivato a 37.000 metri d’altezza.

Di esperienze di eccellenze Ashoka ne ha incontrate tantissime, spesso destinate a rimanere isolate. ma troppo spesso si raccoglie l’innovazione dall’esterno, “senza poi avere la capacità di applicarle alla realtà dei propri studenti”, aggiunge Newman:”La voglia di fare, ma anche un gran senso di frustrazione tra gli insegnanti”. In questo un ruolo fondamentale è quello dei presidi: “Devono essere leader che sappiano coniugare una visione didattica omogenea e una leadership condivisa con i docenti alla capacità manageriale necessaria per attuarla in maniera adeguata”. E poi è necessaria una formazione di livello: “Esiste  un’agenda per il corpo docente sulle competenze trasversali e sul digitale, ma spesso gli insegnanti si trovano in difficoltà, senza una formazione adeguata, fatta ancora in maniera tradizionale, spesso frontale, non  svolta in maniera esperienziale”. Che è poi la modalità che si richiede di utilizzare con i ragazzi.