Il numero degli aderenti alla Open Government Partnership (Ogp) lanciata da Obama nel 2011 è il doppio di quello dell’Ocse con 70 stati nazionali e 15 governi locali, ma non manca chi rema contro. Due degli otto fondatori, Stati Uniti e Messico, sono sotto i riflettori per azioni decisamente poco open. Trasparenza e collaborazione con la società civile non sembrano nelle corde dell’amministrazione Trump che ha approvato a fatica un piano di azione per il governo aperto relegandone la stesura ai servizi generali dell’amministrazione federeale, fuori dalla Casa Bianca dove era nato.

Inoltre, è in aumento il rigetto delle richieste Foia e la Sunlight Foundation, che non risparmiò critiche a Obama, ha mostrato con un audit che il primo anno dell’amministrazione Trump non soddisfa gli standard sottoscritti con l’Ogp. Un brutto segnale è stata, poco tempo fa, la mancata rinomina della prima direttrice dei programmi di Open Government di Washington, Traci Hughes.

Non va meglio a Mexico City dove le associazioni della società civile hanno interrotto i dialoghi con il governo in seguito alla rivelazione che molti attivisti e giornalisti venivano attirati con documenti online per essere poi tracciati con software spia. Non sono rose e fiori nemmeno da questa parte dell’Atlantico. Ogp ha recentemente assegnato la maglia nera all’Azherbaijan, salito a bordo nel 2011, perché “inattivo”. Dal canto suo la Russia, che aveva aderito a Ogp alla conferenza di Brasilia nel 2012, ha ritirato la sua adesione l’anno scorso anche se il Kremlino ha dichiarato che continuerà a sviluppare il governo aperto in maniera indipendente.

Non va molto meglio a Bruxelles, dove la Commissione Europea, sollecitata da anni non ha ancora aderito a Ogp e dove la trasparenza sulle spese dei commissari rimane un tabù. L’ultima notizia, di pochi giorni fa è che la corte Europea ha rigettato il ricorso dell’associazione Access – Info Europe per conoscere il parere legale della Commissione in merito agli accordi sui migranti con la Turchia del 2016.

E L’Italia come sta? Roma è stata portata ad esempio all’ultimo European  Open Governement Leaders Forum a Milano per la sua riforma della pubblica amministrazione e l’introduzione del primo Foia e di misure per la protezione dei whistleblower e Agid ha recentemente lanciato la prima consultazione sulle policy per un’intelligenza artificiale al servizio del cittadino, ma non tutti le parti dello Stato sembrano a favore dell’apertura. Un buon indice è proprio il Foia, la legge che espande l’accesso civico a tutti i documenti e informazioni della Pubblica amministrazione ed è considerata una delle pietre angolari del governo aperto perché senza trasparenza non può esserci partecipazione e sul quale si registrano posizioni ambivalenti. L’anno scorso il Comune di Roma ne propose una sua espansione e rafforzamento nella Capitale che però è rimasta lettera morta.

Nel 2016, durante l’audizione in Commissione affari costituzionali una pattuglia di otto deputati M5S (Nuti, Baroni, Cecconi, Cozzolino, Dadone, Dieni, D’Ambrosio, Toninelli) espresse parere contrario all’adozione del testo del Foia diventato poi legge.  L’ironia è che recentemente proprio Luigi Di Maio ha utilizzato il Foia per verificare i rimborsi dei propri parlamentari creando il caso che vede coinvolto anche quello stesso Andrea Cecconi che nel 2016 votò contro l’adozione.