Colpito e affondato: tra i banchi delle elementari una versione speciale di battaglia navale al pc aiutava i bambini a riflettere sul pensiero strategico: «Ragionavamo sulle priorità, su quale mossa effettuare per essere più efficaci», ricorda Rosa Bottino, direttore dell’Istituto per le tecnologie didattiche del Cnr. Un’ora a settimana, per due o tre anni, in affiancamento all’insegnante: da quei primi progetti, che hanno dimostrato il miglioramento nelle competenze in matematica degli studenti coinvolti, sono passati dieci anni. Ma il rapporto controverso tra le tecnologie nella didattica e l’istituzione educativa formale per eccellenza, la scuola, dura da almeno trenta: da quando apparvero i primi pc programmati in Pascal o Basic. «Il filone iniziale» ricorda Bottino «Si interrogava su come usare il linguaggio informatico: introdurre la programmazione direttamente nel curriculum scolastico, oppure usarla per approcciare in modo diverso materie affini come la matematica?». Con parole simili, è un dibattito che continua ancora oggi, tra i sostenitori del coding come disciplina a se stante e quelli del pensiero computazionale come forma mentis da introdurre in modo trasversale.

Definire un problema, analizzarne le parti, impostare una scala di priorità, organizzare i dati e trovare una soluzione in base alle risorse disponibili sono alcune delle abilità proprie del pensiero computazionale, spesso sostituito dal termine problem solving. Imparare a programmare giochi invece porta con sé elementi di grafica, narrativa oltre che logica e sistematizzazione a seconda dell’età. «Con lo sviluppo dei software, un altro filone di studio si è dedicato ad adattare o costruire ex novo programmi per la didattica – continua Bottino -. Questa evoluzione degli ambienti di apprendimento avrebbe dovuto portare anche a una evoluzione delle metodologie: spesso invece si usa il pc per proiettare slide omologhe alla lezione frontale».

Ma mentre decenni fa il sistema informatico coincideva con l’ambiente innovativo di apprendimento, oggi la tendenza è progettare tenendo insieme la dimensione fisica e quella digitale. È il caso del sistema Chess, che struttura l’osservazione del bambino da zero a sei anni per monitorarne i progressi nelle aree fondamentali: testato tra il 2014 e il 2016 in Veneto e in corso di sperimentazione nelle scuole dell’infanzia trentine Co.e.si., segue le cinque aree di sviluppo delle competenze indicate dalle linee guida Miur 2012, a cui si aggiungono l’autonomia nella routine e le capacità attentivo-mnestiche. Il bambino ha mangiato? Ha un ciclo del sonno regolare? Si allaccia le scarpe? Tende a isolarsi? L’insegnante compila il questionario a inizio anno, durante le due settimane di osservazione, per strutturare l’azione educativo-didattica in modo personalizzato; i genitori sono chiamati a compilarlo a loro volta, in versione ridotta, così da condividere l’analisi ed i progressi nel corso dell’anno su dati oggettivi.

La Federazione Provinciale Scuole Materne Trentino ha invece inserito il dispositivo multimediale I-Theatre nel processo decisionale partecipato del Concilio dei Bambini, esperienza che dal 2012 li vede riunirsi in piccoli gruppi per imparare a discutere e prendere decisioni condivise. La creazione di un logo in uno degli istituti associati è diventata occasione per coinvolgere in un concilio analogo genitori e insegnanti, chiamati quindi a confrontarsi nella parte finale del progetto con i rappresentanti dei bimbi per la realizzazione dei prototipi.

Sulla consapevolezza nell’utilizzo dei dispositivi specie nella prima infanzia insiste Valeria Balbinot, ricercatrice del Centro per la Salute del Bambino di Trieste: «I benefici delle tecnologie digitali al di sotto dei due anni sono molto limitati, al contrario i rischi di danni allo sviluppo per un uso precoce ed eccessivo sono molto concreti». Il Centro ha condotto nel 2016 un’indagine che ha coinvolto 1349 genitori con figli da 0 a 5 anni in tutta Italia: il 39,7% lascia il tablet o lo smartphone al bambino di meno di 12 mesi, il 32,7% “per tenerlo buono”.

Punta sul benessere psico-fisico, ma degli adolescenti, anche il progetto Upright – Horizon 2020, ai nastri di partenza in otto scuole medie trentine e che coinvolgerà nei prossimi tre anni seicento studenti in Italia e seimila in Europa: un percorso formativo sulla resilienza mentale rivolto all’intera comunità scolastica. «Per incidere sul disagio adolescenziale occorre agire sui pre-adolescenti, dai 12 ai 13 anni di età», spiega Silvia Gabrielli, psicologa e ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler. Saranno prima i docenti e lo staff scolastico a vivere la formazione sul riconoscimento dello stress e i relativi rimedi, sulla gestione di emozioni, pensieri e comportamenti, nonché sull’osservazione e la fiducia in se stessi; poi la condivideranno con gli studenti. Anche i genitori parteciperanno, con una formazione supportata da una piattaforma online. Il benessere tra i banchi passa anche da questo tipo di (ri)configurazioni.