L’Italia è in testa per lo sviluppo nelle materie plastiche. Prima nei materiali più sostenibili, meglio riciclabili e da materie prime naturali. Anche se la ricerca pubblica fatica a stare al passo con la corsa veloce dell’innovazione globalizzata, gli studiosi e gli sviluppatori trovano terreno fertile in Italia, un Paese che, a dispetto dalle apparenze, è ancora ricco di una materia prima sempre troppo rara: la materia grigia. Ne è testimone il centro ricerche Donegani di Novara, che allora era della Montecatini.

Dentro quei laboratori compresi tra la stazione di Novara e lo scalo merci, la sera dell’11 marzo 1954 lo scienziato Giulio Natta si sedette alla scrivania e appuntò con la stilografica sulla grande agenda aperta: “Fatto il polipropilene”. Dietro quelle tre parole semplicissime c’era l’invenzione di una delle più importanti materie plastiche, che fruttò a Natta il premio Nobel per la chimica nel 1963. In quegli stessi laboratori, poi appartenuti alla Montedison di Raul Gardini, 25 anni fa lo scienziato Amilcare Collina insieme con la ricercatrice Catia Bastioli inventarono la plastica biodegradabile all’amido. E in quegli stessi laboratori di Novara la Novamont, oggi guidata da quella stessa ricercatrice, Catia Bastioli, sta mettendo a punto nuove forme di materie plastiche a basso impatto ambientale.

A Novara come anche a Ferrara, dove la multinazionale chimica Lyondell Basell ha il suo principale polo mondiale di ricerca e sviluppo delle plastiche. La Lyondell Basell è la fusione delle attività nelle plastiche di colossi come la statunitense Lyondell, la tedesca Basf e la Monteshell, la quale a sua volta ha riunito attività della Shell e della Montedison, la quale è nata dall’incontro fra la Montecatini e la Edison. E a Ferrara si incontra tutto il mondo delle materie plastiche perché c’è il centro di ricerche intitolato a quello stesso Giulio Natta che a Novara aveva inventato la nuova materia plastica, e Ferrara è uno dei centri di innovazione più importanti al mondo per le plastiche della famiglia delle poliolefine, come il polipropilene.

Ancora a Ferrara c’è uno dei centri più interessanti, ma da qualche anno in difficoltà di mercato, per lo sviluppo di innovazione ambientale nel campo di un’altra materia plastica, il Pvc. Il polivinilcloruro è una plastica che deriva dal ciclo del cloro, e il polo di ricerca della Vinyloop era stato sviluppato a Ferrara dalla multinazionale belga Solvay per rigenerare un materiale ritenuto “difficile”. Oggi gli impianti Vinyloop sono di proprietà del colosso inglese Ineos insieme con i francesi della Serge Ferrari, azienda specializzata nella produzione di membrane di Pvc.

Nel settore delle plastiche biodegradabili la frontiera più avanzata sembra quella degli acidi polilattici di origine sintetica o naturale su cui lavorano molto i produttori tedeschi (fortissima nel mondo è la Basf), ma in Italia sta per entrare sul mercato la bolognese Bio On, una start-up guidata da Marco Astorri che ha appena stipulato un accordo per ricevere nello stabilimento in allestimento a Castel San Pietro Terme l’energia rinnovabile prodotta dal gruppo Hera. La Bio On avvierà la produzione di plastiche Pha a base di polidrossialcanoati su cui ha investito circa 15 milioni. Le plastiche biodegradabili agli alcanoati verranno soprattutto da scarti agricoli e agroindustriali. L’impianto energetico della Hera per la Bio On si basa su una linea di trigenerazione (elettricità, vapore e freddo).

Fra le start-up, è nata dall’Università Milano Bicocca la Gr3n, che sta sviluppando con un finanziamento europeo Horizon 2020 il progetto Demeto. Si tratta di di un reattore a microonde che trasforma nei materiali costituenti il Pet delle comuni bottiglie di plastica, in modo da poter ottenere nuovamente nuovo Pet purissimo. Questo progetto piace così tanto che si sono fatte avanti le autorità ticinesi per avviarne una sperimentazione in Svizzera. Diverso è il percorso seguito dalla Plaxtech di Udine per riuscire a ricuperare le plasticacce miste, uno dei materiali più difficili per il riciclo: attraverso l’impianto sperimentale Roteax, l’azienda friulana ottiene bancali per la logistica industriale e commerciale.

Oppure il progetto Biocosì sviluppato dall’Enea con la start up pugliese Eggplant: utilizza le acque sierose dello scarto dei caseifici per ottenere dalla caseina una bioplastica per imballaggi e packaging per la conservazione degli alimenti (come vaschette per i formaggi o bottiglie per il latte) 100% biodegradabili e compostabili. Ma c’è anche la plastica che l’Istituto italiano delle tecnologie ricava a partire dagli scarti di frutta e verdura raccolti dall’Ortomercato di Genova.

“La frontiera della ricerca è fondamentale – aggiunge Antonello Ciotti, presidente del consorzio di recupero della plastica Corelpa -. Abbiamo la priorità di rafforzare la ricerca e lo sviluppo che generino un mercato di prodotti riciclati e stiamo promuovendo un confronto tra enti di ricerca, industria, inventori, associazioni ambientaliste, finanza, ricercatori e cittadini per riuscire a creare una piattaforma mirata a ridurre l’impatto delle plastiche sull’ambiente”.