È la formula magica sulla bocca di tutti. Sintetizza l’industria tedesca del futuro e, soprattutto, come verso questo futuro avanza il tessuto produttivo del paese sassone.

Perché 4.0? “Con la digitalizzazione degli anni’ 70, la terza rivoluzione industriale, il lavoro cognitivo è iniziato a essere compiuto da macchine. Ora stiamo facendo il salto verso la quarta”, dice alla stampa il professor Henning Kagermann, presidente dell’accademia Acatech, uno dei principali centri di ricerca nel gruppo direttivo della piattaforma Industrie 4.0. “La produzione comincia incorporare i cosiddetti sistemi cyber-fisici che , collegati in reti intelligenti, creano a loro volta dei sistemi autorganizzanti che avranno un forte impatto su come e che cosa si produce”, aggiunge Kagermann, già ad di Sap.

A caratterizzare la produzione industriale 4.0 sarà, infatti, la forte individualizzazione dei prodotti: realizzati in condizioni altamente flessibili prevedranno una intensa integrazione tra clienti e partner – sia nei processi commerciali sia nella creazione di valore. In più, il legame stretto tra prodotti/produzione e i servizi ad alto contenuto di conoscenza e di valore aggiunto produrrà i cosiddetti prodotti ibridi – “beni” in parte prodotto, in parte servizio – e un cambiamento di paradigma da una gestione della produzione centralizzata a una decentralizzata e “aumentata” nella quale spariranno le classiche delimitazione settoriali.

Con pragmatismo e per garantire che la Germania resti il luogo della produzione manifatturiera per eccellenza nonostante l’appartenenza a una regione a elevato costo del lavoro, tre anni fa il governo tedesco ha affidato la sua strategia high-tech all’Unione della ricerca, alla quale partecipano rappresentanti dell’economia, dei sindacati e della ricerca. Dal lavoro del gruppo diretto da Kagermann che aveva l’incarico di mettere a fuoco i progetti del nuovo scenario, è nata la piattaforma Industrie 4.0 che ad aprile scorso ha consegnato la prima tranche di raccomandazioni ad Angela Merkel.

La potente piattaforma battistrada lanciata dalla politica – è inclusa nell’accordo di coalizione – che ha come stakeholder il governo, le parti sociali e la ricerca, trae la sua popolarità da una parte dal forte coinvolgimento della media impresa e delle potenti multinazionali tedesche, e dalla concretezza dell’interscambio di esperienze, quesiti e soluzioni tecnologiche che il tavolo offre. Il governo partecipa con la forza dei ministeri dell’Economia, dell’Istruzione e della Ricerca, delle Infrastrutture, della Sanità e degli Interni – e circa 430 milioni di euro da qui al 2018. Tre associazioni di categoria garantiscono il contatto bidirezionale con le imprese. Diversi istituti di ricerca accolgono le loro necessità, registrano gli sviluppi della tecnologia e li ripropongono rielaborati su misura a chi produce, inoltrando poi al governo le indicazioni su come mantenere in rotta della strategia high-tech . Le richieste di approfondimento su casi applicativi o studi di trend possono essere presentati anche informalmente e al di fuori del contesto aziendale. Altrettanto immediate sono le consulenze su best practice o scientifiche dell’Istituto di ricerca Fraunhofer, per esempio, un’altra delle istituzioni membro del comitato scientifico della piattaforma.

Le cifre le hanno elaborate le associazioni degli imprenditori tra cui Bitkom, una confindustria dell’economia digitale tedesca (ma aperta anche alle imprese estere) che pesa per 90 miliardi di euro annui di cui 50 di esportazioni, generati da 2200 imprese per 700.000 occupati. “La capacità di reagire rapidamente e con grande flessibilità alle necessità dei clienti e di produrre un alto numero di varianti dei prodotti con una limitata perdita di economia di scala”, spiega Dieter Spath, tra gli ispiratori di Industry 4.0 nel suo precedente ruolo di direttore del Fraunhofer, “sarà via via più diffusa e farà ancora una volta aumentare la produttività”.

Nei prossimi 10 anni, questo incremento potrebbe toccare i 78 miliardi di euro, equivalente a una crescita del 30% in vari settori chiave – chimica, automotive, metalmeccanica e infrastrutture – considerando che la Germania parte già da una posizione leader. A ottobre ad Amburgo, al Vertice dell’it, il ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, alla presenza degli altri ministri coinvolti in Industrie 4.0 e di più di 800 rappresentanti della politica, dell’economia e della ricerca scientifica, ha potuto vantare che nel confronto tra i 15 paesi più avanzati dell’economia digitale, quella tedesca ottiene un dignitoso quinto posto con il 4,3% del volume complessivo dell’ict mondiale e il quarto posto per utilizzo delle nuove tecnologie nelle aziende, occupando ben 900.000 persone in 91.000 aziende. Con il 4,7% o, cresce quanto l’industria automobilistica e più di quella tradizionale delle macchine e delle apparecchiature. “Voglio che in Germania nel settore dell’ict, gli utilizzatori e i gruppi sociali interagiscano alla pari”, ha detto Gabriel.

Tra gli ultimi c’è il sindacato che partecipa alla piattaforma sin dall’inizio. Detlef Wetzel, il presidente del potente IG Metall metalmeccanico, vede nella digitalizzazione dell’industria “una grande opportunità”, se vi si“trasferiranno nuovi modelli di compartecipazione affinché i lavoratori siano in grado di plasmare la tecnologia invece di esserne plasmati”, ha detto Wetzel lo scorso mercoledì davanti al 350 quadri e membri dei consigli di fabbrica presenti al congresso sindacale sulla compartecipazione. Wetzel ha chiesto più voce in capitolo, ben consapevole che il rischio di una massiccia perdita di posti di lavoro è alto e che ai lavoratori saranno richieste nuove capacità a mano a mano che l’accorciarsi dei cicli dell’innovazione intensificheranno l’individualizzazione dei prodotti e quindi la flessibilizzazione di tutti gli attori dell’industria, come dicono al ministero del Economia. È importante pertanto, che la media impresa tedesca diventi sempre più sia fornitore sia utilizzatore dei sistemi cyber-fisici e dei servizi intelligenti.

Non si tratta di soli enunciati: il programma Autonomik, per esempio, acronimo di Sistemi autonomi a base simulata per la piccola e media impresa, ha come obiettivo individuare per loro soluzioni tecnologiche in grado di percepire il contesto e, su questa base, di fornire assistenza, apprendere, trasmettere conoscenza, avviare collaborazioni o azioni , recuperare le informazioni e prendere le decisioni autonomamente o in interazione con gli operatori.

Industrie 4.0 è un modello replicabile nell’Italia dei distretti e delle pmi? “Si tratta di capire come a partire dalla questa ricca storia, in una trasformazione indispensabile – perché accadrà – si riuscirà a trovare il modo di trasformarli in distretti di sviluppo d’innovazione tecnologica, non innovazione generica, in collegamento con le grandi imprese rimaste, italiane o talvolta internazionali, che saranno in grado di farsi promotrici d’innovazione dei sistemi. L’elemento politico è fondamentale: organizzazioni come Confindustria dovrebbero qualificare la loro discussione pensando anche a questo futuro”, ha detto a Nòva24 Mauro Moretti, ad di Finmeccanica, ai margini dell’incontro High Tech Italy alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa venerdì scorso.

“I politici normalmente temono le rivoluzioni”, dice Wolf Lukas, responsabile delle tecnologie chiave del ministero dell’Istruzione e della Ricerca tedesco,“questa volta noi la invochiamo”.