Può un’impresa con sei milioni di fatturato, investirne uno all’anno in tecnologia digitale? Sì. «Anzi, deve. Altrimenti sei fuori». Pierluigi Casadei, responsabile marketing e mercati internazionali della Ma.Bo di Correggio (Reggio Emilia), la butta sul ridere, ma sa perfettamente quello che dice: «Se non ti adegui agli standard di mercato, anche dal punto di vista tecnologico, a poco a poco finisci ai margini e alla fine chiudi bottega». È per questo che alla Ma.Bo, piccola azienda specializzata in minuterie meccaniche di precisione (l’acronimo sta per Malavasi e Bonaccini, le famiglie dei fondatori), hanno deciso di cambiare passo. Perché i committenti richiedono sempre più qualità, affidabilità e velocità nei tempi di consegna dei prodotti. E poi per crescere all’estero, dove gli ordini devono passare più rapidamente possibile dal 5% attuale al 30-40% sul totale dei ricavi. Bene, viste le necessità e considerati gli obiettivi, la strada non poteva che essere una: introdurre in fabbrica, lungo tutti i processi, dosi massicce di information technology.

Piccolo passo indietro, fondamentale per inquadrare meglio il «caso» Ma.Bo. L’azienda emiliana ha sì un prodotto di punta, le viti senza fine montate sui motorini elettrici di un gran numero di auto in giro per l’Europa (per esempio, quelli che alzano e abbassano i finestrini). Ma è in grado di realizzare qualsiasi pezzo, di ogni genere, natura e specie, anche piccolissimo, su disegno diretto del cliente o su progetto elaborato in partnership. Il punto centrale è che dai suoi capannoni niente esce a marchio proprio. Insomma, la Ma.Bo è la tipica piccola impresa meccanica italiana, capace di sfornare eccellenza ma interamente legata alla subfornitura. «Tutto vero, tutto giusto» annuisce Casadei. «E in questo scenario gli investimenti in tecnologie digitali sono ancora più importanti».

Per cominciare, è stato lanciato il sito internet in tre lingue, italiano, inglese e tedesco (www.mabomechanicalcomponents.com), e si è deciso di entrare sui social network. «Del resto è lì, sul web, che i clienti vanno a guardare. Bisogna esserci e farsi trovare. È questione di reperibilità e di reputazione. Ecco chi siamo e che cosa facciamo. Non a caso mettiamo in bella mostra i prodotti, ma soprattutto le certificazioni».

Il cuore dell’innovazione, comunque, ha riguardato la digitalizzazione dei processi. «In particolare» spiega Casadei «abbiamo messo in rete tutti i nostri 50 torni. Risultato: controlliamo le macchine a una a una, anche a distanza, in modo da sapere in qualsiasi momento che cosa stanno producendo e lo stato di avanzamento lavori. Tra pochi giorni, poi, ultimeremo la realizzazione del magazzino computerizzato degli inserti. A regime, i processi saranno completamente automatizzati, dal reperimento della materia prima alla fabbricazione dei vari pezzi, al loro invio al magazzino prodotti finiti».

Chiaro il concetto? Fine dei tempi morti in produzione, esaltazione della flessibilità (possibilità di sfornare prodotti diversi sulle varie macchine, pure in piccoli quantitativi), maggiore velocità di risposta alla clientela. Piaccia o no, sono i «tempi moderni». Dove pure i piccoli e i piccolissimi devono fare i conti con la nuova variabile della competizione globale: la velocità imposta dal committente, specie se, risalendo la catena della subfornitura, si arriva a un colosso dell’automotive o degli elettrodomestici. La qualità è ormai un prerequisito. Il vero fattore critico di successo è il cosiddetto time to market. La migliore risposta è cavalcare l’information technology. Chi si ferma è perduto.