Anche quando si parla di persuasione “di massa”, l’intervento persuasivo tende comunque a essere concepito individualmente (ad esempio, singoli utenti che usano il web dal proprio computer di casa o dal proprio smartphone quando sono da soli o eventualmente in compagnia di poche persone). Ma alla conferenza internazionale sulle Tecnologie Persuasive (Persuasive 2014), Peter de Vries e i suoi colleghi dell’Università di Twente, in Olanda, hanno illustrato come si stiano occupando di un caso inesplorato: influenzare il comportamento di una folla di utenti che si trovano tutti assieme a eventi pubblici e possono ricevere stimoli dai loro smartphone personali così come da altri dispositivi tecnologici (per esempio maxi-schermi) presenti nel luogo dell’evento.

Lo studio della psicologia delle folle insegna che i comportamenti che adottiamo quando siamo parte di una folla sono diversi e tipicamente meno razionali di quelli che seguiamo quando ci troviamo da soli o con poche persone e la cronaca è ricca di esempi di come ciò possa portare anche a sviluppi tragici durante manifestazioni pubbliche o eventi sportivi e musicali (come la Love Parade in Germania,  http://lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/2010/07/25/i-perche-della-tragedia-love-parade-a-duisburg/ ).

Quella di controllare la folla in modo da prevenire situazioni di emergenza o da minimizzare i danni quando queste si verificano è quindi una possibile applicazione delle tecnologie per la persuasione di folle.

La raccomandazione primaria formulata dal gruppo di ricercatori olandesi è di orchestrare tutti i media che permettono di raggiungere la folla, tradizionali o digitali (inclusi Twitter e Facebook), in modo totalmente coerente fra loro. E se diverse autorità sono coinvolte nella gestione della situazione (ad esempio, organizzatori, gestori delle infrastrutture, forze dell’ordine, servizi di sicurezza, servizi di soccorso, vigili del fuoco,…) devono “comunicare come se fossero una”, con un design congiunto della comunicazione per la gestione della folla.

Ma il micro-blogging può essere bidirezionale. Infatti, guardando ad altre ricerche effettuate in ambito internazionale, sono già disponibili studi mirati ad analizzare cosa hanno condiviso gli utenti colpiti durante emergenze e disastri di vario tipo recentemente accaduti (attacchi armati all’interno di campus statunitensi, rivolte, terremoti, incendi,…). I risultati mostrano che lo “user-generated content” prodotto dal micro-blogging delle persone colpite è ricco di informazioni per far capire meglio alle autorità cosa sta accadendo. In altre parole, gli utenti Twitter possono svolgere una funzione simile a quella che nell’epoca pre-social network era tipica dei radioamatori nei disastri, con il vantaggio di essere molti di più (usare Twitter o Facebook è più semplice che diventare radioamatore ed è sufficiente trasmettere da uno smartphone) e la descrizione degli eventi può quindi essere capillare.

Inoltre, le comunicazioni dei micro-blogger sono persistenti (rimangono disponibili, memorizzate sulle pagine web) e anche asincrone (non è necessario essere collegati allo stesso istante per potersi dare delle informazioni). Un problema da risolvere è però dovuto alla mole enorme di messaggi che si generano in un’emergenza (molti dei quali sono fra l’altro dei “re-tweet” di messaggi già pubblicati oppure sono messaggi privi di un reale contenuto informativo utile). Le diverse autorità hanno quindi bisogno di strumenti semi-automatici che le aiutino a filtrare e categorizzare questa massa di messaggini per poterla trasformare in informazione utile ai fini di comprendere la situazione e formulare meglio i messaggi persuasivi da inviare alle persone coinvolte dall’evento critico.