Intervista a Bruce Perens
Secondo Bruce Perens, che ha inventato la definizione di open source, le aziende usano due tipi di software. Il primo, differenziante, è quello che permette di ottenere un vantaggio competitivo. Il secondo, non differenziante, è rappresentato da tutto il resto: wordprocessor, sistemi operativi, application server e così di seguito. Gli applicativi che rientrano nella prima categoria devono rimanere di esclusivo dominio delle aziende che li hanno ideati. Gli altri, invece, possono essere condivisi con il vantaggio di ri-partire l’investimento per lo sviluppo e accedere a un sistema di produzione più efficace di quello proprietario. Bruce Perens ha parlato di questi temi con Nicola Mattina e Roberto Galoppini che lo hanno intervistato in occasione della sua recente visita a Roma.
Roberto Galoppini. Che cosa significa open source e dove possiamo trovare dei software open source. Io so che anche sullo shuttle si usano applicazioni sviluppate in questo modo.
Bruce Perens. Open source è un nuovo modo di produrre innovazione. Prima dell’open source, le innovazioni provenivano solo da grandi aziende, mentre adesso possono emergere anche da gradi aggregazioni di utenti, scuole e aziende che lavorano insieme per produrre certi tipi di software. Questi movimenti non vendono software, ma ne hanno bisogno per svolgere le proprie attività e quindi decidono di metterlo in comune. Ma l’open source riguarda anche settori al di fuori del software, come Wikipedia.
RG. Praticamente tutti usiamo del software open source e spesso non ce ne accorgiamo. Anche quando effettuiamo una ricerca con Google...
BP. Google usa moltissimo software open source per le proprie infrastrutture, come Apache. Ovviamente questo ha senso per le tecnologie che non rappresentano un vantaggio competitivo per loro. Viceversa, l’algoritmo che permette di fornire i risultati della ricerca meglio dei propri competitor è e deve rimanere proprietario. Il 90% del software che è usato da Google, come da tutte le altre aziende, non la rende diversa dai suoi concorrenti: se Google e Yahoo! usano gli stessi wordprocessor non fa alcuna differenza e quindi possono decidere di usare un software open source come Open Office, eventualmente migliorandolo.
RG. L’open source può essere un’opportunità di business per gli sviluppatori? Può esserci una Microsoft che si occupa di software di questo tipo?
BP. Non tutti possiamo aspirare a creare aziende come Microsoft: c’è spazio per tante aziende di medie e piccole dimensioni che possono fare profitto costruendo dei validi modelli di business. Certo non consiglierei a nessuno di avviare un’azienda che venda software open source. Invece lo esorterei a chiedersi come può diventare la prossima Amazon e a individuare qual è il software che gli permetterà di differenziarsi dal resto del mondo per concentrare gli investimenti nella giusta direzione.
RG. Che cosa puoi dire alle persone che stanno cercando un lavoro nel settore IT?
BP. Solo il 30% degli sviluppatori lavora per aziende che sviluppano software e questo è molto significativo perché indica che la maggior parte dei programmatori produce software che non è stato pensato per essere commercializzato. Qualcuno mi chiede se l’open source distruggerà il settore della programmazione, visto che piano piano gli applicativi open an-dranno ad eliminare quelli commerciali. Io rispondo di no per un semplice motivo: il bisogno di software nel mondo non è bene finito. Per esempio, oggi il mio computer non è in grado di pulire la mia camera e questo significa che abbiamo bisogno di miglior software in modo che il mio computer possa comprendere come fare. Man mano che il software open source si diffonderà, vedremo svilupparsi ulteriori fenomeni di collaborazione e un’ottimizzazione perché la gente non duplicherà continuamente gli sforzi per fare la stessa cosa. Inoltre, i programmatori otterranno maggiore visibilità e riconosci-mento. Per esempio oggi tutti sanno chi è Linus Torvalds e ci sono una serie di altri sviluppatori che stanno diventando famosi. Io consiglierei agli studenti di informatica di partecipare ai progetti open source: in questo modo, quando si presenteranno sul mercato del lavoro, avranno qualcosa di concreto da far valutare alle aziende che intendono assumerli. E questo vale anche per chi si muove da un’azienda all’altra, perché è probabile che quello che hanno sviluppato per l’azienda che stanno lasciando sia coperto da segreto. Invece, se fate parte di un progetto open souce, il datore di lavoro può verificare nella community come lavorate e come interagite con gli altri utenti.
RG. L’ultima domanda riguarda gli open standars. Perché sono così importanti?
BP. Facciamo un esempio: il governo usa dei wordprocessor per produrre le leggi e questi testi sono conservati in file il cui formato probabilmente non è pubblico e quindi potrebbe non essere accessibile per qualcuno. Di conseguenza, se un governo adotta una certa tecnologia, di fatto forza tutti coloro che lavorano con lui ad adottare la stessa tecnologia e fornisce all’azienda che ne è proprietaria un vantaggio indebito. Gli open standard permettono di evitare questo problema e i governi dovrebbero usarli per evitare di favorire un’azienda rispetto a un’altra. In questo periodo c’è una battaglia per definire un open standard per il word processing, i fogli di calcolo e le presentazioni. La communty di Open Office ne ha definito uno, ma anche Mi-crosoft che ha proposto uno suo. La differenza è che quello di Microsoft si compone di 6.000 pagine, il che lo rende di fatto inutilizzabile per un qualsiasi programmatore, mentre quello sviluppato dalla comunità è lungo un decimo. Ovviamente, Microsoft avrebbe un vantaggio se fosse adottato il suo standard: è tutta una questione politica.








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