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Intervista a Daniel Waterhouse

Daniel Waterhouse è par-tner di 3i, uno dei più grandi fondi di private equity del mondo, e il suo compito è elaborare la strategia per gli investimenti nell’area di internet e del web 2.0. Prima di rivestire questo ruolo, è stato responsabile dello sviluppo del business per Yahoo! e si è occupato dell’acquisizione di Kelkoo. Nicola Mattina lo ha incontrato a Londra per Nòva24 e con lui ha parlato dell’approccio della sua azienda al web 2.0, delle prospettive europee e di motori di ricerca.

Ecco il testo integrale dell'intervista:

Nicola Mattina. Prima di lavorare in 3i, sei stato responsabile dello sviluppo business di Yahoo! e hai curato in particolare l’acquisizione di Kelkoo. Vorrei partire proprio da qui: perché una grande azienda acquisisce aziende più piccole invece di costruire gli stessi servizi?
Daniel Waterhouse. Ci sono molto motivi per cui si decide di fare un’acquisizione, anche se essenzialmente comprare un’altra azienda serve a raggiungere un obiettivo strategico. Dipende molto dalla situazione di mercato: di volta in volta si decide se conviene farlo in casa, acquisire qualcuno che già produce quello di cui abbiamo bisogno oppure fare una partnership. Il caso di Kelkoo, da questo punto di vista, è esemplare: Yahoo! non aveva in Europa un servizio di comparazione dei prezzi all’altezza di quello americano e quindi ha deciso di acquistare il player che aveva la maggiore quota di mercato.

NM. Hai lasciato Yahoo! all’inizio del 2006. Perché hai scelto proprio 3i? Che cosa ha di diverso o migliore rispetto ad altre aziende che operano nel settore?
DW. C’è più di un motivo. Il principale è che 3i è il più grande fondo di private equity del mondo e uno dei pochi che ha un business globale. In secondo luogo, 3i investe in diversi stadi di sviluppo delle aziende, dallo start-up alla maturità e questo rende il lavoro molto interessante ed eccitante. Infine, il portfolio è molto eterogeneo.

NM. Quali sono i tuoi obiettivi in 3i?
DW. Il mio ruolo è quello di supervisionare gli investimenti nell’area Internet e di cercare di individuare delle occasioni per far cooperare le aziende nel nostro portfolio.

NM. Avete investito nel settore web 2.0 in Italia?
DW. No, e non mi risulta che che ci siano molti investitori che lo abbiano fatto quindi non devo sentirmi troppo in colpa. Scherzi a parte: in Italia, per il momento siamo focalizzati principalmente in settori più tradizionali, ma non abbiamo preclusioni, perché oggi si può far partire un business globale ovunque.

NM. Voi investite in vari stati di sviluppo delle aziende. Qual è il vostro approccio con le start up? 
DW. 3i investe soprattutto nelle fasi di espansione e consolidamento del business: i cosiddetti round A e B. Occasionalmente, però, finanziamo anche delle compagnie in fase di early stage. Nel campo del web 2.0, ci interessano i business che non sono ancora stati esplorati e cerchiamo delle aziende che abbiamo sviluppato un servizio dimostrando che c’è una potenzialità. A quel punto noi possiamo entrare per mettere il piede sull’acceleratore.

NM. Vorrei toccare un tema che mi sta a cuore. Negli ultimi tempi c’è stato un certo interesse per gli investimenti in aziende che sviluppano software open source? Pensi che siano un buon affare?
DW. E’ una domanda difficile a cui rispondere. Noi abbiamo finanziato un’azienda che si chiama Visual Media, che produce un software per gli effetti speciali e l’editing video e stiamo ancora mettendo a punto il modello di business. Per me, la sfida è riuscire a costruire un modello sostenibile e la mia impressione è ancora nessuno ci sia riuscito veramente.

NM. Il web 2.0 sta accadendo innanzitutto negli Stati Uniti. Domani parteciperemo entrambi al Future of Web Apps e la maggior parte dei relatori vengono dagli Usa. Che sta accadendo in Europa?
DW. Io sono ottimista. Nell’ultimo anno e mezzo, il numero di investimenti significativi in Europa è cresciuto molto: Daily Motion, Skype, Netvibes e molte altre aziende stanno avendo un notevole successo. Le barriere di ingresso si sono abbassate e questo inco-raggia l’imprenditorialità anche nel nostro continente.

NM. Sempre parlando di Europa, dobbiamo notare che noi non abbiamo un motore di ricerca europeo. Sono in corso delle iniziative come Quaero e Theseus, anche se non sembrano essere molto promettenti. E’ un handicap non avere un motore di ricerca eu-ropeo?
DW. Non penso proprio. La ricerca è per definizione un business globale ed è uno dei motivi per cui Google ha avuto successo in tutto il mondo. Di fatto, oggi, la maggior parte di quelli che usano un motore di ricerca nella loro lingua usa Google. Ci sono forse delle opportunità per dei motori di ricerca di nicchia che soddisfano bisogni particolari.

NM. Google è stato forse il primo motore di ricerca a usare un meccanismo di intelligenza collettiva per migliorare i risultati delle ricerca. Qual è il prossimo step? In che direzione si sta lavorando?
DW. Ci sono moltissime iniziative in questo settore, ma probabilmente gli esperimenti destinati ad avere maggiore successo sono quelli legati alla ricerca sociale. Yahoo! sta assumendo un ruolo di leadership con Yahoo! Answers, almeno a giudicare dalle statistiche ufficiali del servizio. Noi abbiamo investito in un’azienda che si chiama Garlik: è un servizio che permette agli utenti di sapere quali sono le informazioni presenti in rete che li riguardano e adotta un sistema semantico molto sofisticato. Un’altra area di grande interesse è la visualizzazione e ci sono molte aziende che stanno cercando di realizzare sistemi di ricerca non testuali.

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