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venerdì 7 luglio 2006

Il DNA della vite non è più un segreto. Ma come lo useremo?

Uva_1"Abbiamo battuto americani e francesi, che ci provavano da tempo". Gianluca Salvatori, l’assessore alla programmazione per la ricerca e l’innovazione della Provincia di Trento, è allegro quando parla di un traguardo raggiunto dall'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, che qualche settimana fa ha completato il sequenziamento del genoma della vite.

I ricercatori trentini hanno sequenziato cinque equivalenti genomici per un totale di due miliardi e mezzo di nucleotidi, cioè il 99% dei geni della pianta. Il che è effettivamente un traguardo importante. L'agricoltura di oggi, così come anche le scienze alimentari, è sempre più dipendente dalla conoscenza del DNA delle varietà vegetali.

Il punto è capire come queste informazioni verranno usate. Le strade sono sostanzialmente due. La prima consiste nel lavorare con la filosofia Ogm. Fra qualche tempo potremmo progettare in laboratorio nuove varietà della vite sequenziata (il Pinot nero, in questo caso): varietà migliorate, capaci per esempio di resistere al freddo o di produrre un vino più nutriente o saporito. La seconda è più affine alle logiche dell'ecocibo: usare la conoscenza del genoma per favorire incroci naturali, ma più mirati, per ottenere senza le biotecnologie risultati analoghi a quelli che si potrebbero ottenere con la tecnica degli Ogm.

Se questa scoperta fosse stata fatta negli Stati Uniti non ci sarebbero dubbi sull'uso che verrebbe fatto del genoma. Il fatto che sia una scoperta italiana ci lascia con maggior curiosità.

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