Brutta partenza per Xiaomi, quinto produttore mondiale di smartphone, che ieri ha fatto il suo debutto in Borsa a Hong Kong. Sono state vendute 2,18 miliardi di azioni, di cui 1,4 miliardi di nuove azioni. Per una raccolta che ha raggiunto i 4,7 miliardi di dollari Usa e portato la valutazione della società a circa 54 miliardi di dollari. Molto meno del target di Xiaomi che a inizio anno parlava di una Ipo da 10 miliardi e un valore vicino ai 100 miliardi di dollari. Hanno pesato sulla quotazione la forte volatilità dei mercati finanziari e il pessimismo degli investitori per i timori della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

La possibilità di un debutto difficile era nell’aria: Xiaomi venerdì scorso aveva fissato il prezzo di collocamento nella parte più bassa della forchetta, a 17 dollari di Hong Kong (2,17 $ Usa) per azione.

Durante la prima seduta di Borsa Xiaomi è arrivata a perdere fino al 6%. Ma poi grazie alle ricoperture di banche e investitori istituzionali ha chiuso la giornata a 16,80 dollari (-1,2%), limitando i danni, ma al di sotto del prezzo di collocamento. La chiusura negativa al debutto in Borsa è la prima volta che accade dal 2015 per tutte le Ipo sopra il miliardo di dollari che si sono svolte a Hong Kong. Si è trattato comunque della quotazione più importante per una società hi-tech cinese da quattro anni a questa parte, dalla maxi-Ipo di Alibaba nel 2014 che nel giorno del debutto raccolse oltre 20 miliardi di dollari.

La società cinese è la prima per vendite di smartphone nello sterminato mercato indiano dove ha superato anche Samsung. Sta spingendo molto sull’espansione nei mercati europei: Russia, Spagna, Italia, Francia. Ma negli ultimi tempi ha perso quote di mercato in Cina per l’avanzata di concorrenti low cost. Alcuni investitori sono scettici sulle sue strategie di business: sul sito di Xiaomi non si vendono solo telefonini, ma anche macchine per cuocere il riso, sneakers, trolley e persino spazzolini da denti. Il poliedrico co fondatore della società, Lei Jun, che è anche il ceo, dai cinesi è paragonato a Steve Jobs per il suo carisma. Ha in mente di lanciare con il marchio Xiaomi, per ora solo con l’e-commerce ma nel prossimo futuro nel retail fisico una catena di negozi con prodotti hi-tech e design low cost sul modello della giapponese Muji.

La difficile quotazione di Xiaomi crea dubbi sulle prossime Ipo cinesi degli «unicorni» già in programma: a partire da Didi Chuxing, la versione cinese di Uber, fino ad Ant Financial, il gigantesco ramo finanziario del gruppo Alibaba e a Meituan Dianping, servizio online molto diffuso per la consegna di cibo a domicilio. Tutte le tre società hanno beneficiato della forte crescita dell’online e della diffusione massiva degli smartphone: la Cina è il più grande mercato mondiale per Internet in termini di utenti. Ma il boom dell’hi-tech cinese degli ultimi anni, paragonato spesso a quello della Silicon Valley, rischia di raffreddarsi nelle more della «trade war» scatenata da Donald Trump. Anche l’economia cinese – e asiatica più in generale – mostra preoccupanti segnali di rallentamento. L’indice azionario Msci mercati emergenti Asia che nel 2017 è salito del 41%, nei primi sei mesi dell’anno ha perso il 6,2%. Peggiore risultato dal 2013.

Brutta partenza per Xiaomi, quinto produttore mondiale di smartphone, che ieri ha fatto il suo debutto in Borsa a Hong Kong. Sono state vendute 2,18 miliardi di azioni, di cui 1,4 miliardi di nuove azioni. Per una raccolta che ha raggiunto i 4,7 miliardi di dollari Usa e portato la valutazione della società a circa 54 miliardi di dollari. Molto meno del target di Xiaomi che a inizio anno parlava di una Ipo da 10 miliardi e un valore vicino ai 100 miliardi di dollari. Hanno pesato sulla quotazione la forte volatilità dei mercati finanziari e il pessimismo degli investitori per i timori della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

La possibilità di un debutto difficile era nell’aria: Xiaomi venerdì scorso aveva fissato il prezzo di collocamento nella parte più bassa della forchetta, a 17 dollari di Hong Kong (2,17 $ Usa) per azione.

Durante la prima seduta di Borsa Xiaomi è arrivata a perdere fino al 6%. Ma poi grazie alle ricoperture di banche e investitori istituzionali ha chiuso la giornata a 16,80 dollari (-1,2%), limitando i danni, ma al di sotto del prezzo di collocamento. La chiusura negativa al debutto in Borsa è la prima volta che accade dal 2015 per tutte le Ipo sopra il miliardo di dollari che si sono svolte a Hong Kong. Si è trattato comunque della quotazione più importante per una società hi-tech cinese da quattro anni a questa parte, dalla maxi-Ipo di Alibaba nel 2014 che nel giorno del debutto raccolse oltre 20 miliardi di dollari.

La società cinese è la prima per vendite di smartphone nello sterminato mercato indiano dove ha superato anche Samsung. Sta spingendo molto sull’espansione nei mercati europei: Russia, Spagna, Italia, Francia. Ma negli ultimi tempi ha perso quote di mercato in Cina per l’avanzata di concorrenti low cost. Alcuni investitori sono scettici sulle sue strategie di business: sul sito di Xiaomi non si vendono solo telefonini, ma anche macchine per cuocere il riso, sneakers, trolley e persino spazzolini da denti. Il poliedrico co fondatore della società, Lei Jun, che è anche il ceo, dai cinesi è paragonato a Steve Jobs per il suo carisma. Ha in mente di lanciare con il marchio Xiaomi, per ora solo con l’e-commerce ma nel prossimo futuro nel retail fisico una catena di negozi con prodotti hi-tech e design low cost sul modello della giapponese Muji.

La difficile quotazione di Xiaomi crea dubbi sulle prossime Ipo cinesi degli «unicorni» già in programma: a partire da Didi Chuxing, la versione cinese di Uber, fino ad Ant Financial, il gigantesco ramo finanziario del gruppo Alibaba e a Meituan Dianping, servizio online molto diffuso per la consegna di cibo a domicilio. Tutte le tre società hanno beneficiato della forte crescita dell’online e della diffusione massiva degli smartphone: la Cina è il più grande mercato mondiale per Internet in termini di utenti. Ma il boom dell’hi-tech cinese degli ultimi anni, paragonato spesso a quello della Silicon Valley, rischia di raffreddarsi nelle more della «trade war» scatenata da Donald Trump. Anche l’economia cinese – e asiatica più in generale – mostra preoccupanti segnali di rallentamento. L’indice azionario Msci mercati emergenti Asia che nel 2017 è salito del 41%, nei primi sei mesi dell’anno ha perso il 6,2%. Peggiore risultato dal 2013.